La finanziaria, tra austerità e bandierine da sventolare

Foto: Presidenza del Consiglio dei ministri

Il governo e la sua maggioranza cercano di coniugare un atteggiamento prudente e responsabile in considerazione di una situazione della finanza pubblica certo poco brillante con una esibizione di bandierine da sventolare di fronte ad un elettorato che aspettano alla prova elettorale delle europee di giugno (ma ci sono anche scadenze per elezioni amministrative e regionali non meno importanti).

Il ministro Giorgetti ha tenuto duro sul fatto che con la necessità dello stato di raccogliere prestiti sul mercato interno e internazionale a sostegno del nostro debito non si poteva fare la consueta finanza allegra, anzi che era necessario mostrare che ci si impegnava a raschiare il fondo del barile pur di raccogliere un po’ di entrate. Sinora sembra che le agenzie di rating ne siano soddisfatte e non ci sono peggioramenti nelle loro valutazioni (non tutto è finito, ma su quel fronte non sembrano esserci segnali preoccupanti). La premier lo ha coperto, ma qualcosa ha dovuto concedere alle pulsioni elettoralistiche dei suoi soci di maggioranza.

Sono bandierine, più che vere concessioni. Sulle pensioni tanto care alla Lega si è arrivati al pasticcio della ratifica di quota 103 anziché come previsto 104, ma con condizioni tali da rendere poco conveniente, in alcuni casi molto penalizzante fare ricorso all’uscita anticipata. Si annunciano già barricate, l’opposizione come è ovvio cavalcherà questi argomenti e dunque non è chiaro quale vantaggio ne possa trarre il partito di Salvini e la coalizione di governo nel suo complesso. Altrettanto si dica per le contorte concessioni a Forza Italia sulla questione degli affitti brevi. Anche qui più fumo che arrosto.

Per il suo partito Giorgia Meloni si è riservata la bandierina della riforma costituzionale con la proposta di introdurre l’elezione diretta del presidente del Consiglio. È una battaglia storica della destra fin dai tempi del MSI che invocava il modello americano di elezione diretta del Presidente della Repubblica. Ora si ripiega sulla designazione popolare del premier, ma la radice è sempre la stessa: la convinzione che l’appello diretto al popolo abbia capacità salvifiche, perché consentirebbe uno spazio maggiore per un gioco sostanzialmente demagogico con cui si possono ribaltare gli equilibri che esistono nell’ambito delle classi dirigenti.

Sebbene non sia facile esprimere un giudizio in mancanza di un testo da esaminare (e con la previsione che le bozze in circolazione possano essere continuamente aggiustate), resta il fatto che si tratta della solita accelerazione per superare il logoramento subito non dalla nostra costituzione, ma da alcuni presupposti sull’organizzazione dello stato derivanti dalla storia con cui ci si confrontò quando venne scritta. Allora l’incertezza sul futuro di un sistema che aveva alle spalle vent’anni di dittatura e che si misurava con uno scontro duro fra visione del costituzionalismo occidentale e sfida del modello sovietico hanno portato ad una configurazione del sistema di vertice della decisione politica che era attento a che nessuno se ne potesse impadronire per sfruttarlo a proprio esclusivo vantaggio.

Questo ne ha fatto un vertice tendenzialmente debole, che però era stato fortificato in una prima fase dalla forza stabile del quadro dei partiti politici (fino al termine degli anni Ottanta variò di poco) e in una seconda dalla opportunità per la presidenza della Repubblica di sfruttare una certa vaghezza del suo ruolo occupandone uno di arbitrato politico il cui peso cresceva in continuazione.

La riforma che sembra immaginata da Meloni e soci non muove da una reale consapevolezza di rivedere e aggiustare il quadro degli equilibri di vertice del sistema politico, ma dalla volontà di agitare una bandierina populista che si immagina gradita per un elettorato voglioso di battaglie all’ultimo sangue e che al tempo stesso può garantire a chi vince una sfida elettorale personalistica di gestire senza troppi controlli il potere.

Il percorso per arrivare eventualmente al varo della riforma costituzionale non è certo breve (dodici-diciotto mesi stimano i costituzionalisti), ma alla premier e alla sua coalizione va bene arrivare al confronto elettorale delle europee sventolando la bandierina di chi vuol dare potere al popolo. È una idea che confligge con l’idea di fondo del costituzionalismo occidentale che punta non al plebiscitarismo, ma al raffreddamento dei contrasti di bandiera e alla costruzione di percorsi che favoriscano la partecipazione alla costruzione della soluzione ai problemi in campo.

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