È l’attesa che governa il tempo

SYDNEY 19-07-2008 PAPA BENEDETTO XVI PRESIEDE LA VEGLIA IN OCCASIONE DELLA GIORNATA MONDIALE DELLA GIOVENTU’

Avvento. Tempo di attesa. E di futuro. Accade così, ogni anno, da sempre, come il Natale. A prima vista tutto appare scontato, quasi si trattasse di una semplice pagina di calendario.

Eppure il mondo è cambiato, come anche noi, io, rispetto all’Avvento scorso siamo cambiati, quasi completamente cambiati. Perché l’evolversi delle stagioni, in bene e in male, non s’arrende. La realtà evidenzia un quadro apparentemente sempre più complicato, sempre più arduo, sempre più duro. Presumibilmente più complesso dell’anno scorso, anche perché del passato ne rimangono sempre le tracce, del futuro no.

Che fare dunque di questo tempo? Quali domande – se riusciamo a farle emergere – possono suscitare questi giorni di attesa? Sì, perché l‘Avvento è anzitutto tempo di attesa. Una parola difficile, ambigua, contorta, l’attesa; in questo tempo pare persino delegittimata. Il nostro è sempre più il tempo del presente, del tutto e subito, del mordi e fuggi, dell’attimo sempre più fuggente. Altro che attesa. La pazienza, la meraviglia, lo stupore sembrano ormai parole uscite persino dal nostro vocabolario. D’altra parte, con tutto quello che sta accadendo fuori e dentro di noi, con una realtà e con un mondo sempre più lacerati, che cosa vogliamo aspettare ancora? Eppure è l’attesa che governa il tempo. Perché si vive aspettando, indugiando, sperando. Una relazione, un lavoro, un affetto, un sapere: tutto necessita d’attesa.

L’Avvento è un’attesa diversa, che chiede un maggior spessore, che esige di sprofondare nelle viscere del quotidiano per riuscire a leggerle, a coglierle, a comprenderle, nel tentativo di capire da dove iniziare a risalire sapendo distinguere gli appigli essenziali da quelli meno.

L’attesa è il tempo del coraggio, dell’audacia, della profezia. Non per niente è segnato dalle parole del profeti; non maghi e né indovini, non astrologhi e tantomeno tuttologi, ma donne e uomini in grado di cogliere la realtà con gli occhi di Dio. Questi sono i profeti: gente del presente, che nonostante tutto incunea nelle fessure dell’umano un’opportunità, una speranza, un possibile.

E l’Avvento è il tempo del possibile perché incarna il sospeso, l’abbozzato, l’incompiuto. Un tempo di fatica, sì, perché costruire ci è sempre più impegnativo. Eppure proprio l’Avvento ci è indispensabile per dar senso al presente nel tentativo di costruire il futuro.

Futuro. L’altra parola che fatichiamo persino a pronunciare. Perché sempre più legata all’impossibile piuttosto che al possibile, all’impensabile piuttosto che al prevedibile, persino all’assurdo piuttosto che al sensato. Quale futuro pensare, oggi, dinanzi a uno sguardo umano sempre più dilaniato, drammaticamente diviso, perversamente travolto non tanto da immagini quanto da crude realtà di violenza, di guerra, di sopraffazione, di ingiustizia, di male?

Quale futuro pensare dinanzi a un presente carico oltre misura di dolore, di sofferenza, di morte? Quale futuro pensare dinanzi a un presente macerato dalle solitudini, intontito da una perversa frenesia quotidiana, dilaniato da una continua assenza di pensiero, volgarizzato da parole usate sempre più alla stregua delle pietre?

Se il domani fa paura, con tutto il suo bagaglio d’incertezza, figuriamoci il futuro. Se il domani obiettivamente spaventa, l’Avvento vorremmo evitarlo come la peste. Eppure un senso dev’esserci, non tanto perché condannati dalle pagine d’un calendario quanto perché richiamati da una fede che proprio con l’incarnazione offre la chiave di lettura all’esistere. Nel Natale l’umano prende piede, entra in pieno nella vita, recupera la sua dignità, apre le porte alla vocazione che per tutti è quella divina.

L’umano diventa esperienza chiave della fede, perché la vita in sé, senza un pensiero di senso, senza una comprensione del suo essere, senza una piena valorizzazione della sua storia, potrebbe ridursi semplicemente a un funzionamento meccanico, a uno strumento ritmato solo dalle leggi della fisica.

L’Avvento non è una condanna al futuro ma un accompagnamento al domani nel tentativo di continuare a recuperarne il senso. Un senso d’umano da far riemergere, oggi con un coraggio più forte di ieri, nel pensiero, nelle parole, nei gesti.

Perché il pensare possa tornare attento, profondo, mai banale; perché il pensare torni ad essere poliedrico e riflessivo, com’è nella sua essenza, capace di sguardi che sappiano volgere ben oltre il proprio ombelico.

Perché la parola torni attenta, frutto del pensiero, mai urlata; perché si ritorni a parole lente e profonde, effetti di silenzio e di riflessione, contrastando qualsiasi abuso di potere, che la parola continua ancor troppo a incarnare.

Perché i gesti tornino ad essere ospitali, in grado di sostenere relazioni, in grado di sorreggere e di infondere coraggio soprattutto là dove tutto sembra perduto; perché si torni a gesti sinceri, seppur lenti e faticosi, di vita quotidiana, non straordinaria, sapendo che non è lo straordinario il luogo della vita vera.

Con queste tracce, e con tante altre, l’Avvento potrebbe tornare ad essere il tempo che contraddistingue i cristiani, trasformandosi in opportunità per costruire un futuro possibile e amico. Se il passato è il tempo della storia, quello di Dio è il futuro da costruire oggi. E subito.

Non possiamo ridurci a vivere l’avvento, parafrasando Ignazio Silone, con l’atteggiamento apatico come di chi aspetta il passaggio dell’autobus. Seppur difficile, seppur complesso e seppur faticoso, è comunque questo il tempo in cui siamo chiamati a scrivere trame di vita nuova, come attori protagonisti e non come comparse, o, peggio, come spettatori.

Per tutto questo l’Avvento è il tempo dell’incompiuto. Tutto da (ri)costruire.

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