Tutti insieme, ma non proprio appassionatamente

Per le elezioni di domenica prossima in Abruzzo si dovrebbe vedere un esempio della famosa struttura bipolare della nostra politica, quella struttura invocata da tempo quasi immemorabile come il meglio possibile in un sistema costituzional-democratico, ma realizzatasi poche volte nella storia repubblicana e sempre stentatamente.

Questa volta non ci sono sbavature: tutto unito il destra-centro, ma questo si verifica da un certo tempo, ma tutta unita anche l’opposizione, perché in questo caso PD, M5S, sinistre estreme e centristi stanno tutti nello stesso pacchetto. Di qui l’attesa di avere un “test” più chiaro della distribuzione dei consensi. Se questo avverrà è tutto da vedere.

La situazione di partenza vede i due blocchi più o meno in parità nella storia elettorale precedente e un astensionismo piuttosto sostenuto (circa il 46% nelle precedenti elezioni regionali – su tutto si veda la dettagliata analisi di Luca Tentoni su “Mente Politica”: www.mentepolitica.it/articolo/il-voto-in-abruzzo/2501). Dunque la partita è molto aperta e come sempre si confronteranno richiami “nazionali” e fattori regionali e locali.

Quel che è però interessante rilevare è che il cosiddetto bipolarismo è in realtà fatto da coalizioni all’interno delle quali non è che si vada proprio d’amore e d’accordo. Nel destra-centro i rapporti fra Meloni e Salvini non sono certo idilliaci: mentre la prima gira per le cancellerie occidentali accreditandosi come sostenitrice di una linea europeista ed atlantica, il leader della Lega si complimenta con Trump per i suoi successi e non agevola certo la credibilità della politica estera del governo in cui pure sarebbe vice primo ministro.

Questo non faciliterà certo la politica di Meloni, che ha bisogno sia di un buon successo suo personale e del suo partito che di mostrarsi in controllo della sua coalizione. Le proiezioni in base ai sondaggi della ripartizione dei seggi all’europarlamento confermano una tenuta della coalizione PPE, S&D, e liberali, tanto da poter avere la maggioranza relativa, il che significa che Meloni per tenere il rapporto con Ursula von der Leyen, candidata a succedere a sé stessa per quel blocco, deve poter dare una decisa sterzata in senso moderato-conservatore. Sarebbe nell’interesse del nostro Paese, ma Salvini non pare vederla in questo modo.

Per rimanere alla nostra situazione interna, non è che la coalizione oppositrice al destra-centro mostri una qualche compattezza. Conte si rifiuta di chiamarla “campo largo” e nei circoli degli osservatori politici tutti sono convinti che punti ad essere lui il cosiddetto federatore del centrosinistra, semplicemente nell’ottica di essere il prossimo presidente del Consiglio. Per questo non vuole dare spazio al PD, convinto che la Schlein non abbia le doti per emergere come futuro premier, anzi neppure come leader in grado di guidare la coalizione.

Quel che accade nel fu Terzo Polo è ancora più complicato da analizzare. Renzi persegue una sua politica personale che non si capisce a cosa punti se non ad insinuarsi in ogni frattura che possa emergere. È uno sport in cui indubbiamente eccelle, ma è difficile che dia frutti stabili. Calenda da un lato dichiara che nelle competizioni amministrative è impossibile andare da soli e che dunque farà squadra col blocco di centrosinistra, ma dall’altro ribadisce di essere contrario a considerarsi davvero alleato di Conte e dei Cinque Stelle.

Che cosa pensi di fare l’estrema sinistra è difficile da capire. Propongono le vecchie litanie di quella componente, rinfrescate un po’ con qualche spruzzo di ultime para-ideologie di moda (un certo tipo di ambientalismo soprattutto), ma non sembrano in grado di andare oltre il solito cerchio ristretto, così come è per i superstiti del partito radicale, che sono anch’essi rinchiusi nei loro piccoli fortini.

Il PD rimane la grande incognita. Frammentato in molte correnti, senza che lo sforzo di inventare qualche sigla che ne raccolga qualcuna abbia realmente successo, resta un partito di professionisti politici riuniti intorno a qualche macchina più o meno efficiente di potere. La fissità delle percentuali che gli assegnano i sondaggi mostra al tempo stesso la viscosità delle vecchie militanze e l’incapacità di uscire da quelle riserve indiane.

Saremmo molto stupiti se davvero le elezioni in Abruzzo disegnassero un quadro diverso da quello della Sardegna: non nel senso che ci aspettiamo automaticamente la replica della vittoria del campo largo, ma nel senso che è più probabile un’altra dimostrazione di un contesto in cui la metà o poco più degli elettori che si recano alle urne alla fine si divide verticalmente in due e chi vince lo fa per un piccolo numero di voti, la cui spiegazione è difficile da individuare.

vitaTrentina

Lascia una recensione

avatar
  Subscribe  
Notificami
vitaTrentina

I nostri eventi

vitaTrentina