L’unica confessione di fede matura

Illustrazione di Fabio Vettori

24 marzo 2024 – Domenica di Passione B

Mc 11,1-10; Is 50,4-7; Fil 2,6-11; Mc 14,1-15,47

“Il centurione, che si trovava di fronte a lui, avendolo visto spirare in quel modo, disse: «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!»“. Mc 15,39

La liturgia della domenica di Passione offre abbondanti spunti di riflessione. Parlano i segni, parlano i gesti, parlano i personaggi che si offrono a noi vivi nelle letture. Quest’anno è l’evangelista Marco a narrarci i momenti culminanti della vita di Gesù e la sua passione e morte. Lo fa con la sobrietà del cronista, la drammaticità dell’artista e l’acume del teologo. Ed è proprio la sobrietà drammatica di Marco a mettere in moto la nostra riflessione. Quasi al termine del racconto della Passione troviamo infatti la confessione di fede del centurione romano. L’abbiamo voluta evidenziare perché è, a dir poco, provocatoria ed è l’unica confessione di fede matura di tutto il vangelo di Marco: «Veramente quest’uomo era Figlio di Dio».

È una professione di fede provocatoria perché Marco la pone sulla bocca di un soldato pagano e invasore, dopo che Gesù è già morto, apparentemente sconfitto, fallito e ridimensionato nelle sue pretese messianiche. È un’espressione che nel vangelo di Marco ricorre solo quattro volte: all’inizio (Mc 1,1), sulla bocca di un indemoniato (Mc 3,11), durante l’interrogatorio del sommo sacerdote (Mc 14,61) e sulle labbra del centurione (Mc 15,39). Illuminante è Marco 1,1 che costituisce il titolo del Vangelo: «Inizio del vangelo di Gesù: Cristo, Figlio di Dio». Un’altra traduzione potrebbe suonare così: «Inizio del vangelo, che è Gesù, Cristo e Figlio di Dio». Non si tratta di sottigliezze esegetiche ma di un aiuto che ci è dato per leggere tutta la vita di Gesù di come un cammino di progressiva rivelazione della sua identità più profonda (Figlio di Dio) e del senso della sua missione (il Cristo) a partire dalla scoperta della sua piena umanità (Gesù di Nazareth).

Il primo passo è perciò quello che ci porta a scoprire l’umanità genuina e autentica di Gesù. Piano piano scopriamo in lui il Cristo, cioè colui che il Padre ha consacrato e inviato per annunciare la salvezza. Solo in un terzo momento, e alla fine di tutto un percorso, siamo in grado di riconoscerlo come Figlio di Dio. E solo se abbiamo percorso fino in fondo le prime due tappe siamo in grado di non fraintendere il significato corretto della confessione di fede che riconosce in Gesù Cristo il Figlio di Dio. Infatti, l’unico riconoscimento corretto di Gesù come Figlio di Dio, per Marco, è quello del centurione, che sta di fronte a Gesù e rimane colpito dal modo con cui Gesù muore (alla lettera il modo in cui “emette l’ultimo respiro”). Il centurione non ha visto miracoli, non ha sentito discorsi. Ha “solo” visto Gesù spirare in «quel modo».

Nella domenica di passione poniamoci anche noi di fronte a Gesù Crocifisso, proprio come il Centurione, e ricordiamo che la maturità della fede non sta nel riconoscerlo “Figlio di Dio” quando lo vediamo fare miracoli o quando le sue parole ci entusiasmano, ma quando lo vediamo morire per noi, in totale solitudine, sul legno della croce

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