Besagno, ottant’anni dopo il bombardamento del 4 dicembre 1944: “Così 22 alunni si salvarono miracolosamente”

Nilla Moiola, 96 anni, mostra la fotografia di Maria e dei figli Pier Giorgio e Valentina, morti nel bombardamento di Besagno
“Erano da poco passate le 8 del mattino quando la sirena antiaerea ha cominciato a suonare: stavo rifacendo i letti con mia sorella Virginia, ricordo ancora bene mia mamma in cucina che parlava alla finestra con la nostra vicina, la Maria: ‘Questa mattina gli aerei arrivano presto’, arrivò a dirle, senza ricevere risposta perché un attimo dopo caddero le bombe”.
Sono passati ottant’anni da quel maledetto 4 dicembre (l’anniversario è stato ricordato a Besagno nella Messa domenicale del 1° dicembre) ma Nilla Moiola, 96 anni, ha ancora ben impressa nella mente l’immagine di quell’aereo spuntato all’improvviso dal Zof; poi sul paese scoppiò il finimondo. “Un boato, i vetri infranti, poi le urla degli animali dalla stalla, io ritrovai mia mamma e mia sorella, eravamo spaventate ma stavamo bene così come mio papà e mio fratello Rino che erano nella corte. Ma la casa dei nostri vicini era stata ridotta a un cumulo di macerie, sventrata dall’esplosione, si vedevano soltanto le travi: quando poi vennero a scavare per estrarre i corpi, toccò a me riconoscere i due bambini”.
Quella casa apparteneva alla famiglia Dalrì che fu sepolta sotto le macerie: Ernesto, Paolina Dossi, Arrigo, Maria Bona e i piccoli Pier Giorgio e Valentina; morirono anche tre uomini che in quegli istanti si trovavano nei pressi della casa: Augusto Bona, Riccardo Mazzucchi e Carlo Michelini che, ricorda ancora l’anziana che oggi vive a Mori, stava portando gli animali a bere alla fontana. E continua: “Abbiamo preso tutto quello che potevamo e siamo scappati al Pipel dove abbiamo trascorso la notte, ci aspettavamo l’arrivo dei bombardieri che invece
andarono su Rovereto”.
L’abitato di Besagno, nel 1942: al centro la casa bombardata
Per la piccola frazione moriana la sciagura fu grande: gli abitanti mantenevano sempre una certa prudenza anche se che fino a quel momento il paese non era mai stato colpito, tuttavia, annota nelle sue ricerche lo storico locale Aldo Boninsegna, la successione degli eventi e i tempi in cui essi si sono realizzati avrebbero potuto rendere la sciagura di dimensioni ben più gravi.
Ventidue alunni delle elementari si salvarono miracolosamente: quando suonò la sirena d’allarme la maestra Giuseppina Giliani aveva già iniziato la lezione; era ormai tuttavia consolidata l’abitudine che prima dell’arrivo degli aerei trascorressero una decina di minuti, così l’insegnante, confidando in quel lasso di tempo, pensò di radunare gli alunni presso il quadro della Madonna Ausiliatrice per recitare una Ave Maria prima di lasciarli andare a casa.
La lapide della famiglia Dalrì nel cimitero di Besagno
Ma, quella mattina, riporta ancora Boninsegna, le cose andarono ben diversamente: nemmeno un paio di minuti e alcuni scolari scorsero uno dei primi aerei che stavano puntando sul paese in ordine sparso. Di fatto, quel poco tempo che la maestra dedicò per pregare assieme agli scolari la Madonna Ausiliatrice, aveva ritardato l’uscita dalla classe: se ne resero immediatamente conto le mamme ed i papà che, conoscendo le abitudini e valutando intuitivamente i tempi, pensavano già che al momento dello scoppio delle bombe i propri figli fossero appena usciti dalla scuola e quindi si sarebbero venuti a trovare sulla scala o già in strada, travolti dalle macerie. Così non fu, e per ringraziare della tragedia scampata, il 24 maggio dell’anno successivo, furono gli stessi genitori e l’insegnante a chiedere che venisse celebrata una Messa in onore dell’Ausiliatrice.
La tradizione a Besagno resiste ancora oggi: un “grazie” lungo ottant’anni.
vitaTrentina

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