Solo la conoscenza può permettere una “libertà consapevole”. È la lezione offerta dalla sentenza con cui, nel 2016, la giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Roma Paola Di Nicola ha condannato un cliente di una delle due studentesse minorenni del Parioli finite nel giro della prostituzione a risarcirla attraverso l’acquisto di alcuni libri e film sulla storia e sul pensiero delle donne. Nella lista compaiono nomi come quelli di Natalia Ginzburg, Oriana Fallaci, Sibilla Aleramo e Hannah Arendt: persone che, con le loro parole, hanno saputo lanciare un ponte verso le generazioni future, per raccontare loro cos’era – e cos’è ancora – essere una donna. “Oggi Laura (nome di fantasia, ndr) si colloca sopra quei libri, perché già le appartengono in quanto figlia di quella storia e di quel pensiero, e Rossi (nome di fantasia, ndr) è costretto a fare i conti con la sua statura, quella che nessuno, neanche lui, può comprare”, si legge nella sentenza. Dal 2019, a dare corpo e voce a quelle parole è l’attrice milanese Cinzia Spanò, che con lo spettacolo “Tutto quello che volevo” fa rivivere il momento in cui la giudice Di Nicola, dopo aver studiato il caso, ha dovuto prendere una decisione difficile: come “restituire dignità e libertà” alla vittima minorenne? Una ragazzina di appena 15 anni abituata a pensare che i soldi fossero il passe-partout per tutto – anche per la libertà – non poteva essere risarcita attraverso il denaro. La rappresentazione è stata portata in scena anche in occasione del Pergine Festival, domenica 6 luglio, all’ex rimessa carrozze.
Spanò, perché ha scelto proprio la sentenza della giudice Di Nicola?
È una sentenza che mi ha colpito molto quando l’ho letta. Mi ha emozionato molto pensare ad una giudice che restituisce dignità ad una ragazza che ha subito un reato così grave attraverso la cultura e attraverso la storia delle donne, e quindi anche la sua storia. Mi ha ricordato una frase molto famosa della filosofa Simone de Beauvoir: “Donna non si nasce, si diventa”. Con quelle parole, de Beauvoir intendeva dire che non sei donna solo per il fatto di essere nata femmina. Diventi donna quando ti collochi all’interno della tua stessa storia. Che è una storia diversa da quella degli uomini. Conoscere e sapere da dove arriviamo, che cosa c’è stato prima di noi, che cosa ancora c’è da fare, e riconoscere gli stereotipi e i pregiudizi che ancora pesano su di noi è una forma di libertà. Perché se sai da dove arriva la discriminazione e la vedi, riesci a leggerla, la puoi anche superare, combattere e trasformare. Mi piaceva l’idea di raccontare questa sentenza, ed anche di ragionare sul fatto che la storia di questa sentenza e la storia personale della giudice sono in qualche modo intrecciate, perché Di Nicola dona alla ragazza quello che per lei è stato importante: conoscere da dove arriva.
Porta lo spettacolo nelle scuole? Quali commenti ha ricevuto?
Lo porto sempre nei teatri. Ogni tanto, però, faccio delle repliche per le scuole, e qualche volta assiste alla rappresentazione anche la giudice Di Nicola, con cui il pubblico si confronta a fine spettacolo. Nelle scuole è capitato che ci fosse qualche ragazza che, dopo aver visto lo spettacolo, si avvicinava per dirmi: “Adesso so che cosa voglio fare da grande. Voglio diventare una magistrata”.
“Tutto quello che volevo” si chiude con una dedica alla magistrata Francesca Morvillo – che era nella commissione esaminatrice quando Di Nicola sostenne l’esame per diventare magistrata – e alla poliziotta Emanuela Loi. Perché?
Abbiamo portato lo spettacolo anche al teatro greco di Selinunte, ad una manifestazione in ricordo della strage di Capaci. Morvillo è stata l’unica magistrata uccisa dalla mafia, ma nel racconto collettivo la sua figura è sempre stata un po’ appiattita: si è sempre parlato di lei solamente come della moglie del giudice Falcone. In realtà è stata anche una grande magistrata. Quindi, assieme alla giudice di Nicola ho deciso di dedicarle lo spettacolo. Abbiamo voluto far rientrare nella dedica anche Emanuela Loi, morta nella strage di via D’Amelio, perché è un’altra figura che viene spesso dimenticata.