La prossima Settimana dell’accoglienza, organizzata in regione dal Coordinamento Nazionale Comunità Accoglienti, porta un titolo significativo: “Disuguaglianze. Comunità in cammino per società più eque”. Sin dal suo manifesto, l’iniziativa si propone di dare concretezza all’art.3, secondo comma, della Costituzione, che recita: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
Questa disposizione è giustamente considerata il “fiore all’occhiello” della nostra Costituzione, e non a caso è stata ripresa anche da altre Costituzioni scritte dopo la nostra. Il motivo è presto detto e si capisce se si guarda alla sua posizione nella Costituzione. Dopo aver affermato nel primo comma dell’art. 3 che tutti i cittadini “sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”, chi ha scritto la nostra Costituzione ha sentito il bisogno di aggiungere questo secondo comma. Lo ha fatto per sottolineare che per una vera uguaglianza non basta che le leggi non discriminino le persone, ma occorre prendere atto delle disuguaglianze che già “di fatto” esistono nella società e che, se non si interviene, rimangono tali e, anzi, si aggravano.
Gli esempi possono essere moltissimi: nessuna legge discrimina le persone rispetto al diritto all’educazione, eppure, guarda caso, è molto più facile che possa laurearsi chi viene da una famiglia in cui già uno dei genitori è laureato; i tempi in cui le donne venivano formalmente e esplicitamente discriminate sul lavoro sono fortunatamente superati, eppure le statistiche ci dicono che, di fatto, siamo ancora lontani da una piena uguaglianza fra uomini e donne, dalla retribuzione alla conciliazione fra lavoro e famiglia.
È per questo che l’art. 3 assegna un “compito” alla “Repubblica”, quello di intervenire per rimuovere le cause della disuguaglianza: da sole, le disuguaglianze non si risolvono. Molto spesso si dice che questo articolo non è stato pienamente attuato. È vero, ma è anche vero che, per così dire, questo articolo non potrà mai essere attuato pienamente. È un compito, un mandato, un orizzonte, che ci spinge a tenere gli occhi aperti e riconoscere le situazioni di debolezza e svantaggio dovunque si manifestino e ci chiede di metterci “in cammino” – come si legge nel titolo della Settimana dell’accoglienza – verso una società più giusta.
Questo “compito”, dice l’art. 3, è affidato alla “Repubblica”. Nel linguaggio della Costituzione, la parola “Repubblica” ha un significato molto preciso, che è divenuto sempre più chiaro nel corso degli anni. Quando si parla di “Repubblica” non si intende soltanto lo Stato. La Repubblica è fatta anche dalle Regioni (e le Province autonome!) e dai Comuni, ma si estende oltre le istituzioni e comprende anche la società civile, i cittadini che, singoli e associati, si impegnano per il bene comune: superare le disuguaglianze, allora, è un compito che non riguarda solo le istituzioni, ma tutta la società.
Chi ha esperienza nel mondo del volontariato conosce bene l’importanza di avere servizi pubblici efficienti, nel campo della sanità, dell’educazione, dei servizi sociali. Ma sa anche che, anche quando funziona bene, il pubblico da solo non ce la fa, e per accompagnare le persone oltre le disuguaglianze in cui si trovano occorre il tempo, l’impegno, il coraggio e la creatività di chi si mette in gioco per gli altri. I protagonisti della Settimana dell’accoglienza – le realtà che si prendono cura delle tante forme di marginalità e vulnerabilità nella nostra società – sono un pezzo di “Repubblica” che ha preso sul serio il compito dell’art. 3 della Costituzione.