«Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo»

30 novembre 2025 – Domenica I Avvento A

Letture: Is 2,1-5; Sal 121; Rm 13,11-14a; Mt 24,37-44

«Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo» (Mt 24,44).

Le letture di oggi ci introducono in un nuovo anno liturgico che percorreremo in dialogo con l’evangelista Matteo. Iniziando il cammino, la liturgia ci invita ad ampliare lo sguardo per imparare a leggere il quotidiano nella prospettiva di Dio. Credere, infatti, è scorgere nel buio della storia la speranza, anche quando è sepolta sotto un cumulo di macerie.

Il profeta Isaia confida nella promessa di Dio e “vede” l’esodo dei popoli verso la Sua dimora, ormai divenuta casa di preghiera per tutte le genti (Is 56,7). Nella fraternità ritrovata cesseranno le guerre e le armi potranno finalmente essere trasformate in strumenti di vita per saziare la fame dell’umanità. Scrivendo alla comunità di Roma, Paolo aggiunge che quel giorno è vicino, anzi alle porte; per questo dobbiamo destarci dal sonno che ci opprime e anestetizza, per scegliere la vita. Il vangelo, infine, indica come prepararci ad accoglierlo.

Il cap. 24 si apre con l’uscita di Gesù dal tempio, la misteriosa profezia sulla distruzione degli edifici sacri e una domanda dei discepoli da cui prende avvio il discorso. Tutto sembra orientare lo sguardo sulla persona di Gesù, sulla sua venuta. Al lettore viene però chiesto di riformulare la domanda: non si tratta di conoscere i tempi ma di «imparare la parabola» (24,32), di «cercare di capire» (24,43), di «vegliare» (24,42-25,13), di «tenersi pronti» (24,44). Soprattutto si tratta di assumere la mentalità del Figlio, il suo abbandono fiducioso nel Padre.

Per “riattivare” la memoria della sua comunità, l’evangelista richiama i «giorni di Noè» (cf. Gen 6,6-12; Ez 14,14-20). Matteo non insiste, tuttavia, né sugli eccessi né sulla dissolutezza dell’umanità che spinse Dio a “pentirsi” di averla creata (Gen 6,6). Parla di situazioni ordinarie – «mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito» (v. 38) – ma vissute nella dimenticanza di Dio e nell’incapacità di leggere i segni della sua venuta (v. 39). Vigilare è, al contrario, vivere tutto nella consapevolezza di essere abitati da una Presenza: la presenza del Padre.

I vv. 42-44 sottolineano che la vigilanza nasce dalla non conoscenza del giorno in cui «il Signore verrà». Questa ignoranza essenziale rivela che la vita è un mistero che non possediamo…non siamo i padroni della nostra esistenza. Vigilare significa, dunque, vivere la coscienza della propria creaturalità. Vivo ogni istante come dono, attendendo: attendo il ritorno del Signore, il compimento, le nozze. In termini biblici è «essere pronti»: vivere nella memoria del Signore sempre presente, che verrà ma che è già venuto, perché ha scelto di essere il Dio-con noi (Mt 1,23; 28,20). Per questo la vigilanza conduce alla conversione, a fare nostro lo sguardo, le scelte, i sentimenti del Figlio. Vigilare è dunque un cammino di crescita che richiede di vivere con intensità straordinaria il presente, perché è l’unico tempo che ci appartiene, il tempo della responsabilità, quello in cui siamo chiamati a collaborare con Dio alla salvezza del mondo. E noi suoi discepoli possiamo agire nella pace, perché sappiamo che la salvezza totale è dono del Padre, è pura gratuità. La piena rivelazione della bontà di Dio, della sua misericordia è davanti a noi, perché Egli che era, che è, è Colui che viene (cf Ap 1,18). Attendiamolo.

Chiediamoci: vivo il mio quotidiano nella vigilanza e nella responsabilità? O lo anestetizzo riempendolo di cose da fare e ansie inutili?

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