È l’accoglienza la ragione del Natale, invece aumentano i poveri e i senzatetto

Lo spunto

Per queste festività il Trentino si è presentato come terra sempre più ricercata e frequentata. I mercatini di Natale sono sovraffollati tanto da rendere quasi impossibile muoversi nelle piazze che li ospitano (nel ponte dell’Immacolata Trento ha visto quasi raddoppiare i suoi abitanti) e lo stesso dicasi delle località turistiche, dove alberghi e ristoranti hanno registrato il tutto esaurito. Ma l’impressione è che questo “en plein” sia soprattutto un traguardo statistico, una posta sul mercato dei consumi, il successo di una vendita d’occasioni e identità più che un’accoglienza d’ospitalità e di vita. Per quanto riguarda i mercatini sono molti i visitatori che lamentano una deriva consumistica di “questo” Natale, che ne denunciano gli eccessi, e sono molti (come riporta un titolo del quotidiano “il T” di venerdì 12 dicembre) quanti osservano, con preoccupazione quasi fosse un contrappasso, il numero crescente di senzatetto che cercano un riparo per notti fredde e buie. Al di là degli appelli etici e religiosi, infatti, accogliere chi è senza dimora appare una primaria questione di civiltà. Un territorio non può sentirsi orgoglioso solo perché riesce a “fare il pieno” di presenze sul mercato, ma è chiamato a moltiplicare, soprattutto nei picchi di emergenza, strutture e sostegno per chi è senza alloggio e senza aiuto. G.C.

La presenza moltiplicata dei senza tetto in cerca di alloggio (erano un migliaio lo scorso anno, secondo quanto riporta “il T” lo scorso anno, sono diventati più di duemila quest’anno) dovrebbe essere la “vera” notizia di questi giorni, perché non va mai dimenticato, fra tante luci e suggestioni, che Natale significa innanzitutto la venuta al mondo di un piccolo bambino indifeso attraverso il quale proprio il mondo ritrova la speranza di rinnovarsi “da capo”, di riavviarsi con una vita nuova “a partire dal basso”, da una nascita. E lo fa non per opera di potenti o della pianificazione di intelligenze superiori (naturali o artificiali che siano) ma grazie all’accoglienza che una mamma, Maria, ha dato all’annuncio di un figlio e al sostegno da padre che un uomo, Giuseppe, ha prestato, confermando come tutti i bambini siano figli di Dio, vengano da Dio, ma come poi tocchi agli uomini prendersene cura, educarli, proteggerli, amarli mentre crescono, aiutarli da grandi.

Anche Maria e Giuseppe erano senza tetto quella notte e trovarono riparo grazie all’incontro fra il lavoro dell’uomo (una stalla) e la natura creata, con le due creature, l’asinello e il bue che riscaldavano la paglia con il loro fiato, nella capanna. Ed è questo incontro fra il creato e le opere dell’uomo indirizzate all’accoglienza che muove il coro degli angeli a cantare l’invocazione di pace per gli uomini di buona volontà che hanno messo il loro lavoro e la loro speranza, i loro animali “da fatica” come l’asino e il bue, a servizio dell’accoglienza.

È ancora questo spirito di buona volontà che fa vibrare le ali degli angeli (e non solo le pale degli elicotteri) sui nostri cieli la notte di Natale. Si avvertono ancora se si sanno ascoltare, ma per saperle ascoltare, fra tanti strepiti e nenie ossessivamente ripetute, occorre rafforzare nel proprio silenzio e con le proprie opere lo spirito di accoglienza che è la ragione del Natale. Per questo viene illuminato l’albero che accoglie fra i suoi rami tante piccole candele, richiami, segni di memoria, ricordi vicini e lontani, per questo viene fatto il presepio, insieme, custodito nelle famiglie o offerto a chi sosta nelle chiese o a chi si ferma sotto le volte di portici e uffici, senza timore delle usuali polemiche, perché il presepio non offende proprio alcuna credenza. Fa riflettere, certo, sul mistero della vita e sulla nascita di una nuova speranza per renderla più limpida e più giusta, per riscattarla, redimerla quando ha sbagliato.

Natale insegna ad accogliere, non a respingere anche gli usi, le tradizioni che si stratificano sempre per una ragione, non a caso. Così per i mercatini. Sono una tradizione che può convivere con la poesia delle antiche “fiere” che hanno sostituito, Santa Lucia, Santa Klaus e i Krampus che portavano il carbone, Sant’Andrea… Sono nati in Germania per rifornire gli ambulanti che, come i Cromeri della valle dei Mocheni, giravano nei masi delle selve tedesche per portare un oggetto di luce, di speranza, ai bambini e ai loro genitori. I doni nascono da qui, ed il successo dei mercatini deriva dall’esigenza di avvolgere in un po’ di poesia, di calore e di intimità l’oggetto che si acquista per donarlo. Con un brindisi magari a caratterizzarlo. Viene dall’esigenza di tanti acquirenti – consumatori di trovare un piccolo rifugio laico per i loro tragitti, le loro compere, un luogo più accogliente dalla fredda uniformità dei corridoi fra gli scaffali di tanti centri commerciali.

Ma è lo spirito del Natale, dell’accoglienza che deve animare le casette, le piccole baite di legno che occupano le città. Se vengono gestiti solo in un’ottica commerciale decadono, sono destinati a deludere se divengono centri commerciali mascherati, appariranno fasulli, contrabbandati se mancherà in loro uno spirito di accoglienza natalizia. Così anche per i senza tetto. Non mancano a Trento e nel Trentino le iniziative per ospitarli ed aiutarli: dal Punto d’Incontro alla Bonomelli, dalla Mensa della Provvidenza nella sede di vita Giusti alle prestazioni di molte parrocchie. Ma in questi giorni oltre a potenziare queste iniziative (nuove “foresterie” presso le istituzioni?) è un supplemento di spirito di accoglienza da parte dei volontari e di chi li sostiene che va ricercato per rilanciare lo spirito di buona volontà, di speranza del Natale. La speranza di un nuovo mondo di pace da far rinascere, col bambino, tutti insieme.

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