11 gennaio 2026 – Battesimo del Signore – A
Letture: Is 42,1-4. 6-7; Sal 28 (29); At 10,34-38; Mt 3,13-17
«Questi è il Figlio mio, l’amato» (Mt 3,17).
La festa del battesimo ci invita a riflettere sulla vocazione di Gesù. Può sembrare strano perché vocazione è sinonimo di ricerca, attesa, sequela… Come può tutto questo far parte della storia di Gesù? E se Gesù ha cercato, scoperto, accolto la propria vocazione: come è avvenuto? E soprattutto quale è la vocazione di Gesù?
Nei primi due capitoli del vangelo, Gesù è introdotto come Salvatore, Figlio di Davide e Abramo, Figlio di Dio generato dallo Spirito. Un salvatore potente, il Messia… ma cosa ha voluto dire tutto questo nell’esperienza umana di Gesù? L’evangelista Matteo offre una risposta proprio attraverso il racconto del battesimo nel Giordano (3,13-17), un episodio che diventa il punto di partenza per l’annuncio, l’inizio del vangelo (At 1,21).
Il racconto si divide in due atti: l’immersione nel Giordano e la teofania. Mentre Marco racconta sobriamente i fatti (Mc 1,9), Matteo introduce un dialogo tra Gesù e il Battista per attenuare lo “scandalo”: il battesimo di Giovanni, infatti, era un segno di conversione (Mt 3,11) di riconoscimento del proprio peccato e del bisogno di salvezza (Mt 3,5). Cosa c’entra tutto questo con il Figlio di Dio?
In realtà, credo che Gesù abbia gioito nel mettersi in fila, uno tra i tanti accorsi da Giovanni. È lo stile di Dio: non una distanza che separa, ma una prossimità che risana. Per questo Matteo presenta il battesimo di Gesù come un gesto di comunione profonda non soltanto con la volontà del Padre (v. 15) ma anche con coloro che riconoscendosi peccatori, si aprivano all’accoglienza della salvezza.
La teofania rivela il senso della salvezza attraverso tre segni che aprono, consacrano e confermano:
Apertura dei cieli: dopo l’esilio, il popolo aveva sperimentato il silenzio di Dio, l’assenza della profezia (Dn 3,30). La sete di Dio aveva generato un grido: «Se tu squarciassi i cieli e scendessi!» (Is 63,19). Ora, nel Figlio, i cieli si aprono definitivamente: Dio riprende a parlare attraverso Colui che è la Parola (Gv 1,14). Il velo si spezza, la distanza si colma, il Regno si fa vicino (Mt 3,2). L’umanità non è più orfana: la storia torna ad essere luogo di incontro.
Discesa dello Spirito: ogni inviato di Dio è consacrato dallo Spirito. L’unzione separa dal profano e inserisce nel mondo di Dio; abilita alla missione e sostiene nella prova. Ora lo Spirito si posa e rimane su Gesù (Is 11,1‑4): Egli è il consacrato del Padre, il suo volto nella storia. La sua umanità diventa il santuario dell’incontro con il Padre.
La Voce: il Padre proclama l’identità di Gesù, la sua vocazione fondamentale (Sal 2,7; Is 42,1). Egli è il Figlio, l’amato, nel quale il Padre si compiace. Da questa vocazione nasce la missione: comunicare la paternità di Dio, inserire l’umanità in una realtà d’amore che è radice dell’esistenza, ricucire legami, restituire dignità.
Per questo Gesù è il nuovo Adamo. All’origine della nostra storia c’è il rifiuto della paternità di Dio, la pretesa di essere protagonisti che bastano a se stessi. In Gesù, invece, c’è l’accoglienza totale del Tu di Dio: Gesù è l’uomo nuovo che vive l’esistenza come dono, che riceve per condividere, che si abbassa per innalzare. In Lui il cammino di Dio con l’umanità ricomincia: la creazione si riapre, l’alleanza si rinnova, la vocazione dei figli viene restituita.
E noi? Sappiamo accogliere la nostra vocazione di figli amati, riconoscendo l’esistenza come dono del Padre?