«Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli»

BEATI LORO! Beato vuol dire felice. Nel discorso della montagna che fa Gesù oggi, vengono nominate persone che al primo sguardo non ci sembrerebbero proprio “i più felici del mondo”. E invece Gesù, quel ribaltatore di prospettive, è proprio a loro che dedica le sue parole più belle. Vale anche oggi il suo discorso? Proviamo a chiederci cosa spingerà una pensionata e suo marito di novant’anni suonati, ad andare ogni sera in piazza a curare le ferite di piedi sconosciuti, di migranti in viaggio. Anche loro, insieme a tanti volontari, ribaltano le parole, la realtà, i fatti: la loro è la rivoluzione della cura. E credo proprio che siano beati, nella fatica di costruire pace. Saranno chiamati figli di Dio. Per ora, continuano a restituire dignità, un cerotto alla volta. (Lorena Martinello)

1 febbraio: Domenica IV – Tempo Ordinario A

Letture: Sof 2,3. 3. 12-13; Sal 145 (146); 1Cor 126-31; Mt 5,1-12a

«Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli» (Mt 5,12)

Le letture di questa domenica sembrano annunciare una sorta di “rivincita dei poveri”. In una società che spesso considera la povertà una colpa e scarta chi la vive, la Parola di Dio offre una voce alternativa e sovversiva. Sofonia intravede un nuovo inizio affidato ai poveri e agli umili. In mezzo alla corruzione dilagante, all’avidità dei potenti e alla violazione sistematica dei diritti dei miseri, il profeta vede la speranza incarnata in una minoranza che vive della fiducia in Dio e nell’obbedienza alla Sua legge.

Partendo dalle stesse premesse, Paolo scrive a una comunità divisa dove alcuni, ritenendosi culturalmente sapienti ed economicamente potenti, pensavano di imporre la propria leadership. A loro l’apostolo ricorda che la comunità di Cristo non segue la logica del mondo: potere, denaro, prestigio sono nulla agli occhi di Dio! Anzi, proprio l’apparente insignificanza rende la comunità uno strumento scelto da Dio per «confondere» forti e sapienti (1Cor 1,27) e manifestare la potenza umile della croce.

Nel Vangelo, Gesù proclama felici poveri, miti, misericordiosi, operatori di pace, assetati di giustizia, perseguitati — categorie che sono spesso considerate perdenti. Come comprendere un messaggio così contraddittorio?

Le beatitudini aprono il discorso della montagna, assumendo il valore di un manifesto programmatico. Non è un messaggio consolatorio, ma destabilizzante che scardina l’ordine sociale indicando negli esclusi i protagonisti della storia. Alla “giustizia” imposta dal potere, Gesù contrappone una giustizia altra: vivere da figli, compiendo «opere belle» che glorificano il Padre (Mt 5,16). Ma prima di indicare il come, Matteo definisce il chi: le beatitudini delineano il volto di Gesù — il Figlio «mite e umile di cuore» (Mt 11,29) — e di tutti coloro che accettano di essere figli nel Figlio.

La prima beatitudine offre un compendio delle altre: i «poveri in spirito» sono coloro che accolgono Gesù come Signore, assumendo il suo stile di vita. Sono «puri di cuore» perché hanno abbracciato l’io di Gesù (cf. Gal 2,20). Mitezza, misericordia, pace e giustizia rappresentano i Suoi valori: chi si identifica con Lui rifiuta le ragnatele del potere, si riveste della forza debole del perdono, rende incontrabile la misericordia del Padre, costruisce ponti di pace e crede nella giustizia (vv. 4-9).

Proprio perché sono un prolungamento dell’umanità di Cristo nella storia ne condividono il destino: saranno perseguitati. L’ottava beatitudine diventa così un criterio di autenticità che il v. 11 applica esplicitamente alla comunità di Matteo: «Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia». L’invito è a «rallegrarsi ed esultare» perché il fallimento apparente educa a non sentirsi protagonisti della missione, ma servi di un progetto che appartiene a un Altro.

Condividere la croce garantisce di essere uno con il Maestro e di percepire che il Regno è vivo, che la forza della risurrezione opera già in noi. Il discepolo cammina nella storia con la stessa umile determinazione del Figlio: come Lui non spezza la canna incrinata e non spegne il lucignolo fumigante, ma alimenta vita e speranza. È in questa cura ostinata per la fragilità che la beatitudine prende forma: una felicità che non grida ma illumina, e che già ora annuncia la pienezza che verrà.

Chiediamoci: quale beatitudine mi sfida di più? In quale aspetto della mia vita fatico a riconoscere come “felice” lo stile di Gesù?

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