Una tregua, non un’evasione

Foto Gianni Zotta

Il mondo cerca la scia giusta sui binari di Tesero, decolla leggero dai trampolini di Predazzo. Ma si fa fatica ad accogliere le bandiere come insegne di pace. E chiedere una tregua sembra un’evasione dalla realtà dei nostri giorni.

Einvece si deve, perché sarebbe arrendersi alla banalità del male se non confidassimo cristianamente e umanamente nel valore fraterno del bene comune, di cui i Giochi rappresentano un’icona credibile e duratura. E se non credessimo che è lo stesso unico desiderio di vita (e non di morte) quello impresso nel cuore dei portabandiera di 92 nazioni, pronti a sfilare dentro l’abbraccio cosmopolita dello stadio di San Siro.

Lo si deve fare anche per continuità con le generazioni che – in tempi ancora più duri, a causa di guerre e povertà devastanti – hanno riposto speranza contro ogni speranza. Lo testimonia il decano dei radiocronisti sportivi Giacomo Santini nell’intervista a Marco Mazzurana rievocando quanto avvenne nel 1984 a Sarajevo con una paura promettente, anche se la guerra poi s’incendiò di nuovo.

Invocare la tregua – come hanno fatto papa Leone XIV e Sergio Mattarella nei loro messaggi tutt’altro che formali – diventa un implicito invito a cercare comunque uno spiraglio di convivenza pacifica: come se le regole condivise nello sport, con le sue autorità costituite e le tante occasioni di rispetto dell’avversario, potessero essere applicate anche dai potenti signori della guerra. Per questo non possiamo prepararci ad assistere a questi Giochi come ad un momento di evasione: attendiamo qualche messaggio forte, qualche fiammata di pace.
Non mancheranno – e le segnaleremo con attenzione su queste pagine – le immagini forti di amicizia internazionale, destinate a diventare dei simboli che – è avvenuto in passato – fanno breccia nell’opinione pubblica internazionale. L’accoglienza cordiale delle nostre valli – con i suoi volontari e con i suoi dirigenti allenati da tante precedenti gare mondiali, Marcialonga compresa – farà da umanissima cornice a quest’anelito di pace.

“È una profezia silente, ma potente – ha detto il parroco di Predazzo a Paolo Ferrari (vedi pag. 4) – è possibile un mondo dove la competizione non diventa distruzione ma stimolo a dare il meglio di sé”.

Anche le comunità cristiane di Fiemme e Fassa – a nome della Chiesa trentina – hanno messo in campo una iniziativa non ancora pubblicizzata: una preghiera in programma nella chiesa di Tesero nella serata di giovedì 19 febbraio con l’invito a tutte le confessioni cristiane presente in Diocesi. È una splendida notizia per innalzare una preghiera ecumenica, più forte del desiderio.

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