Quel patto del 1929 fu davvero storico

Vita Trentina diede con grande risalto la notizia della firma dei Patti Lateranensi fra Benito Mussolini (allora “solo” Capo del Governo del Regno d’Italia, plenipotenziario di Vittorio Emanuele III) e il card. Gasparri, segretario di Stato, plenipotenziario di Pio XI. “Storico patto” lo definì nel titolo a tutta pagina, “accordo di conciliazione” lo definisce poi l’articolo che fa risalire all’estate 1926 i primi contatti ufficiosi fra personalità e giuristi dello Stato (l’avvocato Barone) e della Santa Sede (l’avvocato Francesco Pacelli) per chiudere positivamente la “Questione romana”, apertasi nel 1870 con la presa di Porta Pia da parte dei bersaglieri, e la conseguente fine dello Stato Pontificio con la proclamazione di Roma capitale.

Pio IX s’era dichiarato “prigioniero politico” chiudendosi in Vaticano senza più uscirne ed i suoi successori avevano seguito il suo esempio. Il re era stato scomunicato ed ai cattolici con il Non expedit era stata preclusa la partecipazione alla vita politica del nuovo Regno. Con il passare degli anni, la Grande Guerra, il complicarsi della situazione internazionale nel dopoguerra, la nascita del Partito Popolare di Sturzo nel 1919, la situazione diventava però insostenibile, sia per la gente comune, divisa nella sua identità e nei comportamenti fra il sentirsi e il “dover essere” cittadini o cattolici, sia a livello internazionale. In quel contesto i “Patti” vanno visti come riconoscimento che la Chiesa in Italia, per la sua storia e il ruolo avuto nei secoli pure nella crescita di realtà laiche, doveva (e poteva) essere considerata con una sua identità specifica ed una sua autonomia. Pio IX aveva rifiutato ogni compromesso dopo Porta Pia, mentre Pio XI, mezzo secolo più tardi, s’era invece mostrato disposto ad aprire un dialogo, tale da rendere praticabile il ruolo internazionale che la Chiesa aveva assunto. Per questo i “Patti” comprendono un Trattato, con il riconoscimento del Vaticano (piccolo Stato di 0,28 km quadrati entro la cinta delle mura leonine a Roma, più l’extraterritorialtà di alcune basiliche e residenze storiche) e un Concordato fra lo Stato e la Chiesa sull’insegnamento della religione e la presenza dei parroci.

I Patti Lateranensi vennero recepiti anche dalla Costituzione repubblicana (democratica e antifascista) all’articolo 7 (votato anche dai comunisti, ma non dai socialisti); il Concordato del 1929 rimase in vigore fino al 1984 quando venne rinnovato (governo del socialista Craxi) con alcune modifiche. L’articolo di Vita Trentina – diretta da don Delugan, amico stimato di Alcide De Gasperi – espresse nel 1929 il sentimento di sollievo diffuso nel Paese alla notizia della Conciliazione ed in particolar modo nel Trentino, da poco diventato italiano, dopo essere stato parte dell’Impero asburgico che si reggeva sul Concordato fra Austria e Stato Pontificio del 1855.

Quel Concordato riconosceva ampi poteri all’imperatore nella nomina dei vescovi e sosteneva i parroci con funzioni civili nei piccoli paesi. Il dissidio fra italianità e religiosità era particolarmente sentito nelle vallate, tanto che il giornale scrisse di come i “Patti” venissero accolti favorevolmente (e lo possono confermare quanti hanno sentito raccontare quegli anni direttamente da nonni e parenti non certo clericali) dal popolo trentino, “robusto di fede e ardente di patria”. “È più bello essere italiani”, scriveva il settimanale. La pensava diversamente De Gasperi il quale temeva che l’Accordo, più che una conciliazione, divenisse una legittimazione del regime fascista. Ma non fu così. Il fascismo continuò per la sua strada nel dominare e controllare ogni aspetto della vita associativa, fino alla tragica e distruttiva alleanza con la Germania nazista, mentre la Chiesa riusciva a ritagliarsi, anche grazie al nuovo “status” internazionale del Vaticano, un suo ruolo di testimone di valori alternativi a quelli del regime fascista, con presenze che favorivano la crescita di coscienze non asservite al potere e ai suoi condizionamenti.

Determinanti furono in Trentino realtà come la Juventus di don Oreste Rauzi e di don Vielmetti e figure di catechisti come don “Zio” Pisoni al Liceo Prati che difficilmente avrebbero potuto esprimere una presenza fra i giovani alternativa al “sabato fascista”. Come fece la Sosat, come fece la scuola che, benché impostata sulle riforme di Gentile, con lo studio intenso dei classici tenne vivo nei giovani lo spirito di libertà, tanto da far loro rifiutare nella quasi totalità, dopo l’8 settembre e l’internamento nei campi di concentramento nazista, di aderire alla Repubblica di Salò.

Ancor oggi, sia pure in situazioni tanto mutate, ma ancora con tanta violenza radicata nel mondo, il ruolo internazionale e civile riconosciuto dai Patti consente alla Santa Sede e al Pontefice una presenza e un’azione di sostegno non solo morale in Paesi dove le comunità cristiane sono emarginate o le minoranze perseguitate. Lo testimoniano molti osservatori e giornalisti, anche trentini, inviati in zone di conflitto: se il Papato è divenuto riferimento di speranza e di pace in un mondo di conflitti lo si deve anche alla Conciliazione operata con gli storici Patti del 1929.

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