15 marzo: Domenica IV – Tempo di Quaresima A
Letture: 1Sam 16,1b.4.6-7; Sal 22; Ef 5,8-14; Gv 9,1-41
«Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo» (Gv 9,5).
La domenica di oggi svela lo stile inconsueto di Dio che sceglie i piccoli e gli emarginati (1Sam 16,1-7) per trasformarli in figli e testimoni della luce (Ef 5,8-14).
Nel vangelo di Giovanni, il termine “luce” ricorre ben 22 volte ed è, quasi sempre, riferito a Gesù: egli è la luce che risplende nelle tenebre del mondo perché la sua umanità è trasparenza del Padre. Questa luce che nulla può spegnere (1,5) può, tuttavia, essere ignorata o rifiutata. Il racconto evangelico che la liturgia ci propone drammatizza proprio questa dinamica per invitare noi tutti ad una scelta.
Si tratta dell’incontro di Gesù con un uomo cieco, una persona “scartata” perché considerata impura: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?» (v. 2). Il cieco è tale dalla nascita. Non si tratta dunque di una guarigione ma di un atto creativo: non viene restituita la vista perduta ma donata una vista mai posseduta. Il fango che Gesù pone sui suoi occhi è segno di una creazione nuova, di una vita che supera la realtà del miracolo. Gesù non vuole tuttavia privare l’uomo della sua libertà: la decisione di ottenere la vista rimane nelle sue mani. Egli guarisce, infatti, solo quando si reca nella piscina di Siloe, termine che significa “l’inviato”: il Vangelo associa dunque l’acqua che guarisce con Gesù, l’inviato del Padre.
Nel racconto si riconoscono quattro gruppi emblematici, rappresentanti di altrettanti atteggiamenti umani. Il primo è costituito dai vicini del cieco che fanno domande ma non si interrogano: guardano senza vedere, sentono senza ascoltare, parlano senza sapere. Davanti al mistero di Dio non si lasciano interpellare, attratti come sono dalla curiosità di superficie.
Il secondo gruppo sono i Farisei che si interrogano ma non credono: rappresentano i sapienti che giudicano e disprezzano gli altri perché si ritengono i soli detentori della verità. Hanno l’abitudine di interrogare gli altri, ma non se stessi. Sono ciechi e sordi perché non vogliono vedere la novità di vita che germoglia attorno a loro, in persone e luoghi inattesi.
Il terzo gruppo sono i genitori del cieco che credono ma non testimoniano, irretiti dalla paura dei Giudei: danno più importanza agli uomini che a Dio, ingabbiati dal timore di ciò che gli altri potrebbero dire o fare. Mancano della libertà dei figli di Dio perché non hanno compreso che il Regno è dono ma richiede il coraggio della testimonianza.
Il quarto gruppo è rappresentato dal cieco stesso che si interroga, crede e testimonia. Il suo cammino di fede parte dalla totale cecità per arrivare a riconoscere Gesù come il Signore: «Io credo, Signore» è la sua ultima parola; «si prostrò adorandolo» il suo ultimo gesto.
Dialogando con Gesù, il cieco cresce progressivamente nella conoscenza: “l’uomo chiamato Gesù” è lentamente riconosciuto come “profeta”, “qualcuno che viene da Dio” e “il Signore stesso”. È la sapienza di chi accetta di mettere in discussione se stessi e le proprie certezze per aprirsi all’imprevisto di Dio. È la sapienza dei piccoli che mette in scacco la presunzione dei sapienti: questi hanno il sapere ma non l’amore, il cieco ha la sapienza che viene dall’amore.
Per questo Gesù conclude con una sentenza destabilizzante: chi riconosce la propria cecità viene illuminato, chi presume di vedere rimane nelle tenebre.
Chiediamoci: a quale dei quattro gruppi apparteniamo? Siamo curiosi che non si interrogano, sapienti che non credono, credenti che non testimoniano, o piccoli che si lasciano illuminare?