Referendum giustizia, Giovanni Bachelet: “Una riforma imposta dal Governo, che indebolisce la magistratura e apre a ingerenze indebite”

Facsimile della scheda con il quesito sulla riforma della giustizia

Un “rotondo” No, soprattutto sul merito della riforma, oltre che sul contesto in cui essa è avvenuta. A esprimerlo è Giovanni Bachelet, figlio di Vittorio, vicepresidente del Csm assassinato dalle Brigate Rosse. Fisico, già docente all’Università la Sapienza e deputato tra il 2008 e il 2013, ha accettato di guidare il Comitato della società civile per il No al referendum.

Perché No, dunque?

In primo luogo, perché questa riforma mette in discussione gli equilibri costituzionali tra politica e magistratura, indebolendo, appunto, quest’ultima. Il suo organismo di autogoverno, il Consiglio superiore della magistratura, viene, di fatto, scardinato. Esso era stato “inventato” dai Costituenti, per ovviare al fatto che, durante il fascismo, ma anche prima, era il ministro a nominare i magistrati. Fu facile, per il fascismo, per esempio, organizzare un processo farsa in occasione del delitto Matteotti. Una volta tornata la democrazia, si diede vita a questo organismo, per proteggere la magistratura da ogni ingerenza, attraverso l’esercizio di quattro funzioni principali: la gestione della carriera dei magistrati – assunzioni e trasferimenti -, la valutazione, il potere disciplinare, oltre a una funzione consultiva.

Se passa la riforma, a suo avviso, non sarà più così?

Si continua a proclamare l’indipendenza della magistratura, ma non c’è più un organismo a garantirla. Prima c’era un unico Csm, con quattro funzioni, ora esso viene spezzettato in tre parti. Sono previsti due nuovi Consigli, uno per i pubblici ministeri e uno per i giudici, che non eserciteranno più il potere disciplinare, attribuito a un terzo soggetto, l’Alta corte disciplinare, stabilita da legge ordinaria, e con una composizione mista tra “laici e togati”. Viene messo in discussione l’articolo 111 della Costituzione, secondo il quale i magistrati sono soggetti soltanto alla legge.

Nei nuovi organismi, la presenza dei magistrati, se la riforma sarà approvata definitivamente con il referendum, verrà attuata attraverso il sorteggio. Un aspetto inaccettabile, per voi?

Il sorteggio è la ciliegina sulla torta, arrivato al termine di un percorso parlamentare blindato. Vede, in passato Silvio Berlusconi aveva provato più volte a portare a termine la riforma della Giustizia e la separazione delle carriere, ma non c’era riuscito, e sa perché? Anche a destra c’erano molti contrari, oltre che a sinistra, dove pure esisteva, ed esiste anche oggi, una minoranza a favore della riforma. Stavolta, il testo è stato blindato, non è stato concesso alcun emendamento. Neppure, appunto, sul sorteggio. Pensi che, finora, l’unico a proporlo era stato Giorgio Almirante, leader del Movimento sociale, nel 1971. Sotto sotto, c’è l’idea che i magistrati non abbiamo diritto a una rappresentanza, ad associarsi. Certamente, come accade per i partiti politici, le correnti possono degenerare, ma questo non significa che non possano avere una
loro funzione insostituibile. Faccio un esempio: Giovanni Falcone, che era, tra l’altro, per la separazione delle carriere, fondò una sua corrente all’interno della magistratura.

Un No, dunque, di merito e, al tempo stesso, di metodo? La stessa campagna elettorale rischia di trasformarsi in una promozione o bocciatura dell’Esecutivo.

Ma questa, infatti, è una riforma, come già detto, imposta dal Governo. Altre riforme della Giustizia erano state discusse in Parlamento, e approvate dal 90 per cento di deputati e senatori.

Lei proviene dalle fila dell’associazionismo cattolico. In questa campagna elettorale, al di là degli schieramenti, i cattolici hanno idee diverse, e anche tra gli stessi cattolici democratici c’è una componente favorevole alla riforma. Come valuta questo fatto?

Intanto, va detto che con i cattolici “del Sì” si discute meglio, rispetto ad altri, in modo serio, a tutti noi sta a cuore la democrazia.

In occasione di molti referendum è accaduto qualcosa di simile, penso per esempio a quello sul divorzio, nel 1974, o a quello su Repubblica o Monarchia. Sia a destra, che a sinistra, e anche nella componente cattolica, c’è sempre stata una corrente a favore della separazione delle carriere, rispettabile, ma minoritaria. In ogni caso, il confronto è fisiologico, è un bel segno che i cattolici sono vitali e ben inseriti nella società. Vale sempre il vecchio detto: “ In necessariis unitas, in dubiis libertas, in omnibus caritas”.

Unità sulle cose necessarie, libertà sui temi rispetto ai quali si può discutere, in ogni caso sempre con carità.

Cento anni fa nasceva suo papà. In che modo, egli guida oggi i suoi passi?

Molti, ancora oggi, ricordano la mia preghiera, durante il funerale, nella quale invocai il perdono. Ma vorrei ricordare anche la parte precedente, in cui, in coerenza con il papà, pregai per i governanti e per tutti i politici, ma anche per tutti i giudici e i vari attori che garantiscono la democrazia. Parole che sottoscrivo anche oggi.

 

Perché No

Chi sostiene il no teme che la riforma indebolisca l’unità della magistratura e ne riduca l’indipendenza complessiva, aumentando il peso della politica attraverso i meccanismi di sorteggio e la componente laica. Viene inoltre criticata la sottrazione del potere disciplinare al Csm, considerata un indebolimento dell’autogoverno.

Alcuni ritengono infine che la riforma non risponda ai reali problemi della giustizia, come la durata dei processi, intervenendo su un assetto che già oggi garantisce una netta distinzione di funzioni.

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