A difendere le ragioni del “sì” al referendum confermativo sulla giustizia è l’avvocato Roberto Bertuol, presidente della Camera Penale di Trento.
Bertuol, perché questo è un referendum importante per il cittadino?
Il referendum riguarda alcuni articoli della Costituzione sull’organizzazione della giurisdizione. Non il processo, ma come è organizzata la giustizia. La giustizia e la Costituzione sono il tema del referendum. Pertanto ogni cittadino è direttamente chiamato ad intervenire su quest’eventualità, a conferma del cambiamento della Costituzione su un tema che riguarda tutti. È come se dicessimo e parlassimo della sanità. Io in quel momento potrei non aver bisogno di un medico, però potenzialmente sono interessato a come funziona il sistema sanitario. E la stessa cosa la giustizia. È un tema che riguarda direttamente o indirettamente tutti i cittadini.
Quali sono le ragioni per votare “sì” al referendum?
Bisogna prima di tutto chiarire qual è il tema sul quale dire “sì” o “no”. Il referendum confermativo è un referendum che è valido qualunque sia il numero degli elettori che si presenteranno. E quindi la maggioranza di quelli che voteranno deciderà. La riforma si occupa prima di tutto di stabilire che le carriere dei magistrati-pubblici ministeri, che fanno le indagini e che sostengono l’accusa di giudizio, e i magistrati pubblici tra quelli che decidono, debbano restare come sono adesso, cioè unite, oppure debbano essere riparate. Cosa vuol dire riparare? Vuol dire fare due concorsi, portare quindi i magistrati a decidere sin dall’inizio se impegnarsi in una carriera di pubblico ministero o in una carriera di giudice. Sono in effetti mestieri e professioni molto diverse.
Questa riforma favorisce una scelta, una specializzazione, un percorso autonomo, sempre coerente con la scelta iniziale. Quindi il magistrato- pubblico ministero fa la scelta del pubblico ministero. Questo è il primo punto della riforma. La separazione delle carriere però non intercambia in alcun modo l’autonomia e l’indipendenza della magistratura nel suo insieme.
Chi dice “no” sostiene che è molto difficile passare da pm a giudice…
È un argomento che non coglie nel segno, perché questo significa che è possibile attualmente passare di funzioni, cioè diventare da giudice a pubblico ministero e viceversa, solo una volta. E di fatto questo lo fanno in pochissimi. È vero, però non è questo
il problema. Il problema è che ci sia proprio una separazione delle carriere, non delle funzioni, che sia genetica e che garantisca l’autonomia e l’indipendenza del giudice. Quindi non è che si deve andare a valutare che lo fanno poco, ma come in tutte le democrazie liberali pochissimi sono i Paesi come l’Italia che hanno ancora le carriere da giudice e pubblico ministero unificate. Come quasi tutte le democrazie liberali, è necessario che ci siano ruoli diversi pur nelle stesse garanzie e quindi quello che succede in uno Stato di diritto democratico e liberale.
Se il referendum fosse confermato, l’Italia si avvicinerebbe a qualche altro Paese europeo?
Alla maggior parte dei Paesi europei, perché quelli che non hanno la separazione delle carriere sono la Turchia, che non è nell’Unione, la Romania, l’Ungheria e poi l’Italia. Se vogliamo guardare oltre all’Unione, diciamo che in quasi tutto il mondo dove c’è democrazia, dove c’è un’impostazione liberale, siamo in questa condizione. Il fatto che si dica, tra i sostenitori del “no”, che la riforma conduce alla sottoposizione del pubblico ministero al governo di fatto non corrisponde a quello che è scritto nella legge della riforma. Questo non è previsto. Dinnanzi ci sono tutte le garanzie costituzionali che rimangono intatte per garantire ed evitare che questo accada. Poi ovviamente gli avvocati nel processo sono anche lì per vigilare e per garantire che la Costituzione è capitata anche in difesa dell’indipendenza e della magistratura.