Mi sono trovata a riflettere sulla figura di Oscar Romero, ucciso a San Salvador il 24 marzo 1980, mentre ero ospite presso la comunità cristiana di Izmir (l’antica Smirne), in Turchia, nella chiesa che ricorda il martirio del vescovo Policarpo, avvenuto il 23 febbraio del 155.
In quella terra, che tra le prime ha conosciuto l’evangelizzazione e anche la persecuzione, ho percepito come il filo rosso del sangue dei martiri attraversi la storia e la geografia con impressionante continuità, creando legami e corrispondenze tra esistenze accomunate dall’unica sequela di Cristo e dal dono della vita con Lui e per Lui. Nel racconto della morte di Policarpo per la prima volta la parola “martire” passa dal suo significato originario di “testimone” a quello di discepolo di Cristo ucciso per la sua fede. Affermare e dimostrare la propria appartenenza a Cristo diventa ben presto causa di morte, e la vita “perduta” nella persecuzione assume il significato di vita “donata”, in continuità e imitazione di Cristo stesso. Nei racconti antichi questo è evidente, ma anche la storia del vescovo Romero, colpito dai proiettili mentre celebrala Messa, mescolando il suo sangue con quello di Gesù sull’altare, è segno reale dell’unione del martire al dono di Cristo sulla croce per la salvezza del mondo e testimonianza forte di un discepolato che giunge fino alla fine.
La morte violenta è l’ultimo atto che conferma e mostra la presenza di Cristo nel martire, ma è la sua intera vita, sono le sue scelte quotidiane a parlare. Policarpo è morto a 86 anni, dopo un lungo servizio alla guida della sua comunità; le biografie dei 17 martiri uccisi nel 2025 hanno tutte il sapore del dono quotidiano di sé, fatto di difesa dei diritti dei più piccoli, di fedeltà al proprio popolo in pericolo, di impegno nell’istruzione, nella promozione, nell’evangelizzazione.
Il cristiano non cerca il martirio, sa che il Signore vuole sempre la vita, il rispetto dell’altro, il bene per tutti. Il cristiano sa che il valore più alto non è il sacrificio ma l’amore, il dono di sé, ed è chiamato a cercare e scegliere le strade migliori che, in ogni circostanza, gli consentono di amare di più e meglio. Sa però anche che questo può portare ad essere rifiutati, a prendere posizioni scomode, controcorrente; può portare ad essere derisi, emarginati e in alcuni casi a dover pagare di persona per le proprie scelte.
Policarpo, dice l’antico racconto, è stato ucciso nel “grande sabato”, con un richiamo esplicito a quella risurrezione in cui aveva professato di credere. Il tema della Giornata dei Missionari Martiri del 2026 è “Gente di primavera”, ispirandosi al messaggio di papa Francesco per la scorsa Giornata Missionaria (si veda pag. 13). L’immagine utilizzata è chiaramente la stessa: che si guardi al passato o al presente, ciò che distingue e definisce la testimonianza cristiana è sempre lo sguardo al Risorto, che realizza e promette un futuro nuovo e luminoso, una Vita senza tramonto.
I martiri sono quel filo rosso che tiene insieme, nel nome di Cristo e della sua Pasqua, tutta la storia della Chiesa. Sono elemento di comunione e di testimonianza, forza evangelizzatrice ed ecumenica che ancora convince e converte perché autentica, pronta a tutto per amore. Di fronte al loro dono anche noi, come i pagani di un tempo, ci chiediamo quale amore può portare a un dono così grande, quale Dio è così importante da far rinunciare a tutto, e se ne saremmo capaci anche noi.
Ricordare i missionari martiri è segno della nostra partecipazione al loro dono, ma anche del nostro desiderio di annunciare la Speranza che ha abitato la loro offerta e vorremmo abitasse anche la nostra, nel dono quotidiano della vita.