29 marzo: Domenica delle Palme – Passione del Signore A
Letture: Is 50,4-7; Sal 21; Fil 2,6-11; Mt 26,14 – 27,66
«Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mt 27,46).
La liturgia di oggi apre la Settimana Santa ponendo la croce al centro della nostra vita comunitaria. I quattro evangelisti ne offrono interpretazioni diverse: per Giovanni è “l’ora” della glorificazione del Figlio; per Luca, il luogo dove il discepolo impara il perdono e l’abbandono nelle mani del Padre; per Marco, la rivelazione definitiva dell’identità di Gesù. Per Matteo la croce rimane un mistero, nel quale possiamo entrare soltanto alla luce delle Scritture e della fede.
È significativo, tuttavia, che gli evangelisti non insistano sulla sofferenza fisica di Gesù ma focalizzino l’essenziale: l’amore e il perdono del Figlio consegnato nelle mani degli uomini. Gesù, sulla croce, prende su di sé tutta la violenza del mondo — il tradimento di Giuda, il rinnegamento di Pietro, l’abbandono dei discepoli, l’ingiustizia del processo, la crudeltà della tortura, lo scherno della folla — e non la restituisce. Non maledice, non minaccia vendetta ma perdona, spezzando così la spirale della vendetta. Il perdono sulla croce è la forza più grande dell’universo, perché è l’unica che può fermare il male senza moltiplicarlo: per questo genera risurrezione.
Sulla croce, Gesù grida a gran voce: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Sal 22). Nella condivisione più totale della realtà umana, Gesù si sente abbandonato dalla fonte stessa della sua esistenza. La morte è segnata da un secondo grido, potente, che indica l’intervento creatore di Dio. È importante notare che nessun evangelista afferma semplicemente che Gesù “morì”, ma che “lasciò andare lo Spirito”: Gesù consegna la sua vita proprio come ha chiesto ai propri discepoli (16,25). Non salva se stesso, ma compie la missione amando fino alla follia dell’amore: come amava ripetere un martire contemporaneo, Bonhoeffer, Dio ci ha salvato non in virtù della sua potenza, ma della sua impotenza.
All’abbandono risponde la conferma del Padre: il velo del tempio squarciato indica che, attraverso il corpo lacerato di Cristo, Dio diventa accessibile a tutti. Persino un pagano, il centurione, riconosce in Gesù il Figlio di Dio. La terra stessa risponde con la liberazione dei morti: coloro che attendevano la risurrezione entrano nella città santa.
Ma Matteo non lascia che il lettore si fermi qui: vuole condurlo oltre, verso la conversione e la sequela. Per questo segnala la presenza di alcune donne che avevano continuato a seguire e servire Gesù anche quando i dodici lo avevano abbandonato (v. 55). Saranno loro a ricevere l’annuncio della risurrezione, ad incontrare il Risorto e a essere da Lui inviate come testimoni.
Matteo invita perciò tutti noi a rimanere sul Calvario, fissando il nostro sguardo sulla croce. La croce, infatti, rivela il discepolo a se stesso, guarendolo dalla sua cecità, educandolo a pensare secondo Dio e a operare la scelta tra «l’amore di sé fino alla dimenticanza di Dio e l’amore di Dio fino alla dimenticanza di sé» (Agostino). Scegliere la croce è scegliere la prospettiva del servizio, dell’amore che dialoga e non impone, continuando a testimoniare la signoria di un Dio che non esige e non schiaccia: è la signoria che cammina tra gli uomini non per conquistare l’altro ma per servirlo liberandolo da ogni schiavitù e alienazione.
Chiediamoci: sappiamo rimanere presso la croce come le donne, seguendo anche quando tutto sembra perduto? L’impotenza di Dio ci scandalizza, o diventa la nostra speranza?