Il referendum sulla magistratura svoltosi domenica e lunedì scorsi ha rappresentato la prima vera sconfitta politica per il Governo Meloni. Anche se il voto non era sul Governo, ma su una riforma della Costituzione, inevitabilmente quello che fino a venerdì era “il Governo del popolo”, da lunedì è diventato “il Governo bocciato dal popolo”. Al di là delle conseguenze politiche immediate, però, l’esito del referendum ci dice anche qualcosa di più profondo sul tema delle riforme costituzionali e sul legame fra i cittadini e la Costituzione.
Le riforme costituzionali si possono fare in due modi: o con un grande accordo fra maggioranza e opposizione in Parlamento oppure con i voti della sola maggioranza ma con la possibilità poi di sottoporre la riforma a referendum. Sono due modalità profondamente diverse. L’una valorizza il compromesso, la capacità di trovare un accordo fra parti politiche opposte su una modifica delle regole che valgono per tutti. L’altra – il referendum – ha una natura necessariamente divisiva: ci si schiera da una parte o dall’altra e vince chi ottiene un voto in più.
Forse non è un caso che, negli ultimi venti anni, quando una maggioranza di governo ha scelto la strada più divisiva e ha cercato di approvare da sola un’importante riforma della Costituzione, puntando sul sostegno del popolo nel referendum piuttosto che sull’accordo con le opposizioni in Parlamento, il popolo ha sempre risposto negativamente. Era già successo nel 2006, con il fallimento della riforma voluta dalla maggioranza allora guidata da Silvio Berlusconi, poi nel 2016, con la bocciatura della riforma targata Matteo Renzi, e lo stesso è avvenuto pochi giorni fa.
Probabilmente le tecnicalità della riforma sono rimaste oscure a molti cittadini, che forse si sono chiesti come mai fosse proprio così indispensabile e urgente, oggi, separare le carriere di giudici e pm, anche a costo di modificare la Costituzione. Ma, al di là delle tecnicalità, credo che invece fosse chiara la percezione di un potere politico che cerca di forzare la mano e va a toccare uno dei capisaldi dello Stato di diritto, la magistratura. Di fronte a questo rischio, i cittadini hanno detto no, dimostrando di saper fare una scelta chiara quando a essere in gioco sono le istituzioni del Paese e non la politica di tutti i giorni. È un segnale incoraggiante, soprattutto perché negli ultimi decenni, in tutto il mondo e anche in quelle che consideravamo solide democrazie, si sono moltiplicati i casi in cui il potere politico si è mostrato insofferente verso i controlli e i contrappesi, e ha cercato, più o meno direttamente, di attaccare la magistratura e limitarne i poteri, spesso riuscendovi. In Italia, i cittadini hanno saputo fare da argine.
In questo, dicono le analisi del voto, i più giovani hanno giocato una parte importante: esercitando il voto in percentuali molto elevate, hanno dimostrato che forse non credono nei partiti, ma sicuramente credono nella partecipazione. Per questo appare ancora più grave aver impedito (intenzionalmente?) a molti di loro, gli studenti universitari fuori sede in particolare, di poter esercitare il proprio voto. Personalmente, da docente di un ateneo con moltissimi studenti fuori sede, ho osservato da vicino la delusione di molti che si erano appassionati a questa votazione senza potervi partecipare, ma anche l’entusiasmo di chi era disposto a prendere un volo o a fare molte ore di treno per poter tornare a casa e depositare la scheda nell’urna. Mortificare questa voglia di partecipazione è davvero imperdonabile: non resta che augurarsi che non succeda più.