5 aprile: Domenica di Pasqua A
Letture: At 10,34a. 37-43; Sal 117 (118); Col 3,1-4; Gv 20,1-9
«…vide e credette» (Gv 20,8).
Il giorno di Pasqua irrompe nella storia umana per compiere una nuova creazione che, come all’origine del tempo, scaturisce dal buio (Gv 20,1). La luce della risurrezione, tuttavia, non è un evento spettacolare con cui Dio afferma se stesso e obbliga a credere in Lui. Al contrario, la risurrezione è simile a piccole scintille di luce che si fanno strada a poco a poco, senza fare rumore, nella notte dell’incredulità.
Questo “stile” di Dio ci libera da una religiosità astratta, illusa dal pensare che la Pasqua risolva ogni problema in maniera magica. Tutt’altro: non possiamo celebrare la risurrezione senza continuare a fare i conti con le notti che portiamo nel cuore e con le ombre di morte che si addensano sul mondo. Come ricorda la prima lettura, Cristo ha vinto il peccato e ha distrutto la morte (At 10,39-43) ma nel nostro quotidiano la potenza della sua risurrezione si sta ancora compiendo. In un mondo ferito dalla guerra e dalla follia dei potenti, il Risorto è la speranza che non tramonta, l’amore che sostiene, il futuro verso cui camminiamo. Ma questo compimento, come un germoglio fragile, è affidato a noi perché lo custodiamo e lo facciamo crescere. Per questo la seconda lettura ci sfida a vivere da risorti (Col 3,1).
Ma come? Il vangelo ci offre tre compagni di strada: Maria di Magdala, Pietro e il discepolo che Gesù amava, una figura misteriosa che rappresenta ciascuno di noi.
Il racconto si apre con Maria di Magdala che non si reca al sepolcro per “fare” qualcosa, ma per continuare a “stare” con Gesù, a seguirlo. Nel quarto vangelo, infatti, il corpo di Gesù riceve da subito una degna sepoltura grazie agli aromi offerti da Nicodemo (19,39). L’evangelista segnala la presenza del buio. Tenebre e notte sono indici di oscurità interiore: l’incarnazione del Verbo scatena una lotta tra luce e tenebra (1,5); Nicodemo si reca da Gesù di notte (3,2); quando Gesù è assente i discepoli remano nel buio (6,16-17); Giuda esce dal cenacolo ed «era notte» (13,30). Anche Maria si reca al sepolcro con le tenebre nel cuore per l’assenza del suo Signore, morto ingiustamente su una croce. Giunta alla tomba, la sua notte si fa più cupa perché anche l’ultimo legame con lui, il corpo, è scomparso (20,2). Questa assenza scatena, tuttavia, l’azione: Maria corre dai discepoli che a loro volta corrono alla tomba, alla ricerca di Colui che non vedono anche se è presente.
Nel buio, i tre discepoli si affannano attorno alla tomba vuota, ma non trovano risposta: sono talmente concentrati nella ricerca di un cadavere che non possono vedere la vita. Solo alla fine del racconto Giovanni ci offre una chiave di lettura nello sguardo del discepolo: «vide e credette» (v. 8). Non vede il Risorto ma un sudario e delle bende. Eppure, agli occhi del credente, questi simboli di morte testimoniano che persino da una tomba può scaturire la speranza. Il richiamo alla Scrittura, con cui il brano si conclude (v. 9), indica la strada: Dio mantiene le proprie promesse perché l’ultima parola sulla storia non è la morte, ma la risurrezione.
Anche noi crediamo che il Cristo risorto è la svolta definitiva della storia umana: Lui è la speranza che non tramonta; Lui è l’amore che ci accompagna e ci sostiene. Lui è il futuro verso cui camminiamo, per essere accolti in quella vita nuova dove il Signore stesso asciugherà ogni lacrima (Ap 21,4). Vivere da risorti annunciando questa speranza è il dono più grande che possiamo fare al mondo. Buona Pasqua, dunque, di risurrezione e di annuncio!