Domenica II di Pasqua: «Pace a voi!»

12 aprile: Domenica II di Pasqua A

Letture: At 2,42-47; Sal 117; 1Pt 1,3-9; Gv 20,19-31

«Pace a voi!» (Gv 20,19).

La prima e la seconda lettura presentano icone luminose della comunità dei discepoli: una comunione solidale, edificata dall’ascolto della testimonianza degli apostoli e dalla condivisione dei beni (At 2,42-47); una comunità radicata nell’amore di Cristo, gioiosa e perseverante nella persecuzione (1Pt 1,3-9).

Sono immagini che stridono con quella offerta dal vangelo: nella sera di Pasqua, nonostante la fede del discepolo amato e l’annuncio gioioso di Maria di Magdala, la comunità è ancora rinchiusa dalla paura in stanze sbarrate. Com’è avvenuta la trasformazione di queste persone fragili in testimoni coraggiosi della risurrezione, fedeli fino al martirio?

Il vangelo narra la loro “conversione”, iniziando da una buona notizia: Gesù attraversa le porte chiuse e li raggiunge dove sono, nel buio delle loro paure. Non esiste, infatti, situazione umana in cui il Risorto non possa raggiungerci: c’è un’alba di risurrezione in ogni esperienza di paura, di croce e di morte! L’irrompere della luce porta un dono: «Pace a voi!» (v. 19). La pace del Cristo non è assenza di conflitti; non tutela dalla prova né protegge dalla sofferenza. È una pace che dona di abitare la sofferenza, nella certezza che la risurrezione è il nostro presente.

Per questo il Risorto mostra le mani e il costato. Non penso sia soltanto un espediente per permettere di riconoscere Gesù nel Risorto; credo si tratti di un segno per guidare i discepoli a comprendere il significato della morte e risurrezione del Signore e della loro stessa missione. Le ferite sono, infatti, segni di un amore che non conosce limiti e di una presenza che trascende la morte: i segni dell’odio e della violenza sono divenuti feritoie di luce, segni della vittoria che ha sconfitto il mondo.

La reazione dei discepoli è la gioia, perché finalmente vedono il Signore e a Lui aderiscono nella fede. Il Risorto non permette però alla comunità di fermarsi alla gioia della fede ma la spinge oltre: «Come il Padre ha mandato me, così io mando voi» (v. 21). Nell’esperienza biblica, infatti, ogni dono è per la missione, perché la fede non donata si atrofizza e muore.

La comunità dei discepoli, tuttavia, sperimenta da subito la difficoltà della missione quando tenta di testimoniare l’incontro con il Risorto a uno di loro: Tommaso non crede alle loro parole ma esige un segno (v. 25). Otto giorni dopo, Gesù incontra anche Tommaso raggiungendolo nel suo bisogno di toccare, di avere prove tangibili. Insieme, lo sfida a percorrere un cammino di conversione, dalla ricerca di un segno alla fede (v. 27).

Cosa accade nel cuore di Tommaso? Non lo sappiamo. Il testo non indica neppure se abbia toccato o meno le ferite. Sappiamo però che penetrato dallo sguardo del Crocifisso-Risorto, rivelato a se stesso e interpellato dalla Sua parola, anche Tommaso “vede” e proclama la sua fede con una delle confessioni più belle del nuovo testamento: «Mio Signore e mio Dio» (v. 28).

Le ultime parole di Gesù sono rivolte a noi che non abbiamo visto eppure siamo chiamati a credere e testimoniare (vv. 30-31). Le porte sbarrate della nostra esistenza non fermano il Risorto: ci raggiunge dove siamo, ci avvolge del suo Spirito, ci invia a essere Lui nel mondo, a donare la Sua stessa pace per riconciliare l’umanità tutta con il Padre.

Chiediamoci: quali porte sbarrate il Risorto attende di attraversare nella nostra vita? In un tempo in cui la pace sembra un’utopia e il mondo si arma, siamo ancora capaci di credere nella pace, costruirla e testimoniarla?

vitaTrentina

Got Something To Say?

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


Il periodo di verifica reCAPTCHA è scaduto. Ricaricare la pagina.

vitaTrentina