Il sospiro di sollievo di Bruxelles si è sentito in tutta Europa. La vittoria a valanga di Peter Magyar in Ungheria ha sollevato il morale degli europeisti. Ma più della vittoria del nuovo leader a contare è stata, naturalmente, la sconfitta cocente di Viktor Orbàn, ormai definito come bestia nera o addirittura traditore dell’Ue. Il continuo utilizzo da parte dell’ex premier del diritto di veto, ben 19 voti contrari in Consiglio europeo in questi due ultimi anni, ha finito per esasperare un po’ tutti. A parte, in verità, i suoi sodali nell’est Europa: Robert Fico premier in Slovacchia (per di più socialdemocratico) e Adrej Babis il multimilionario capo delle Repubblica Ceca che spesso (ma non sempre) lo hanno affiancato contro gli altri 24 paesi.
Per contrastare la deriva sovranista e anti comunitaria di Orbàn, la Commissione si era mossa in due direzioni. La prima di congelare grande parte dei fondi dovuti a Budapest per un totale che ammonta a circa 35 miliardi di euro. Ciò a causa dell’allontanamento di Orbàn dai criteri democratici e di legge previsti dall’art. 2 del Trattato Ue, fra cui l’indipendenza del sistema giudiziario, della stampa e dell’istruzione (in particolare le Università straniere cacciate dal paese). La seconda quella di attivare l’art. 7 del Trattato che in caso di ostinazione nel persistere nelle violazioni del diritto comunitario prevede la sospensione del paese in questione dalle istituzioni dell’Ue. Sospensione mai realmente avviata poiché occorre l’unanimità degli altri 26 membri e i paesi amici di Orbàn non lo avrebbero mai permesso. È abbastanza evidente che malgrado la maggioranza dei due terzi di cui Magyar gode, i rimedi alla costituzione ungherese emendata da Orbàn non saranno così facili, anche perché nella grande parte dei voti a favore del nuovo leader vi sono numerosi euroscettici. Quindi il primo ministro dovrà muoversi con grande cautela. D’altronde Bruxelles ha fretta di costruire un’Unione più coesa per fare fronte alle grandi sfide che l’attendono. In particolare gli europei dovranno affrontare la grande frattura transatlantica che li ha visti nudi nel campo deltenerlo la sicurezza sia economica che militare. Frattura che non sarà facilmente rimediabile nel prossimo futuro finché si dovranno affrontare le schizofrenie di Trump.
L’unico elemento positivo nella vicenda ungherese è stata la clamorosa sconfitta non solo di Orbàn, ma dello stesso Trump, che ha avuto l’ardire di mandare a Budapest il suo vice J.D. Vance a pochi giorni dal voto per sostenere senza se e senza ma il suo grande amico Viktor.
Ma Trump non ha più il tocco di Re Mida, anzi ci sarà d’ora in poi la corsa a il più distante possibile nelle future elezioni nazionali. Vincono infatti gli anti-trumpiani come nel caso di Carney in Canada e di Magyar in Ungheria. Un bel rompicapo per la nostra leader Giorgia Meloni.
Da queste elezioni ungheresi è uscito perdente anche il fronte pro Vladimir Putin ed il primo risultato tangibile sarà molto probabilmente lo sblocco del prestito di 90 miliardi a favore di Kyiv. Fondo vitale per continuare la resistenza agli attacchi militari di Mosca e permettere la sopravvivenza economica di un paese che da oltre 4 anni subisce un’atroce guerra che mira essenzialmente a colpire i cittadini normali e le infrastrutture civili. Orbàn permetteva cinicamente che tutto ciò avvenisse. Più in generale la vicenda ungherese sembra dare un primo segnale di indebolimento del grande asse politico anti comunitario che sembrava ormai espandersi nell’intera Unione. Forse il vento del sovranismo estremo sta cambiando direzione. D’altronde l’impazzimento di Washington, dove si arriva blasfemamente ad attaccare perfino il Papa “americano”, e dall’altra parte il più che mai concreto e inarrestabile espansionismo russo lasciano ben poche chance all’Ue.
Budapest può quindi rappresentare un’opportunità per cominciare a ragionare seriamente della nuova Unione e di accelerare il processo per cambiare le regole che permettono ad un singolo membro di bloccare la maggioranza. Ma i tempi sono estremamente stretti e ormai l’esperienza di questi ultimi travagliati anni dimostra che un’Unione a 27 non ha né la capacità né la necessaria velocità per prendere le decisioni che le continue crisi interne ed esterne richiedono.
Bisognerà trovare il coraggio di pensare ad un altro assetto istituzionale, con un gruppo di testa di pochi paesi uniti anche un unico governo politico ed il resto agganciato all’attuale Unione, magari allargata a nuovi paesi. Insomma, l’Europa a doppia velocità, ma soprattutto veloce nel prendere le decisioni.