Il racconto della crisi climatica sui giornali locali: errori da evitare e aspetti deontologici da prendere in considerazione

Credit Gianni Zotta

Si è aperta con una riflessione sulla comunicazione ambientale la seconda giornata del convegno della Federazione Italiana Settimanali Cattolici (FISC), che ha portato a Trento settanta giornalisti in rappresentanza di una sessantina di testate da tutta Italia. Ha introdotto la mattinata Daniela Verlicchi della Commissione cultura della FISC. “Come giornalisti, dobbiamo intervistare gli esperti e poi raccontare quello che dicono, spiegarlo. C’è un’opera di traduzione che oggi cercheremo di fare”, ha spiegato Verlicchi.

ASPETTI DEONTOLOGICI DELLA COMUNICAZIONE AMBIENTALE

Ha parlato degli aspetti deontologici dell’informazione scientifica Giovanni Caprara, giornalista scientifico del Corriere della Sera e presidente dell’Unione Giornalisti Scientifici Italiani (UGSI). “Gli scienziati si impegnano da tempo con documenti via via aggiornati per dimostrare con cifre, come non bastassero gli eventi dei quali siamo vittime ripetutamente nel nostro Paese, che non siamo in una condizione occasionale, che arriva e se ne va, ma è la condizione del nostro vivere e del nostro ambiente”, ha detto. “Ma il guaio è che nel nostro Paese siamo carenti dal punto di vista informativo, nella formazione del raccontare la scienza e la tecnologia. E lo dimostra il fatto che mi sono reso conto che nella nostra carta deontologica non esisteva il riferimento alla scienza e alla tecnologia, come se non fossimo andati sulla Luna e non avessimo fatto altre scoperte. Quindi proposi a Carlo Verna, che nel 2018 era presidente dell’Ordine dei giornalisti, di emendare la nostra carta deontologica e di inserire anche questo riferimento estremamente importante. Anche perché si partiva di un documento che abbiamo redatto come giornalisti scientifici, la Carta di Piacenza, nata nell’ambito di un’assemblea annuale effettuata in quella città. Alla fine, dalla fine del 2020, il Consiglio nazionale dell’Ordine approvò e integrò questi elementi nell’ambito del Testo unico che ci governa. Non è solo un fatto formale, perché questo è un documento giuridico: il magistrato può perseguirci se disobbediamo a questi riferimenti della Carta deontologica”.

Il giornalista del Corriere della Sera Giovanni Caprara. Foto Gianni Zotta

Caprara ha indicato una via per i giornalisti che si occupano di comunicazione scientifica: umiltà e rigore nella scelta delle fonti. “Viviamo continuamente in una dimensione di verità alternativa, soprattutto nel mondo del cambiamento climatico. L’unico antidoto a questo modo di esprimersi è quello di risalire a delle fonti attendibili. Attraverso internet abbiamo la possibilità di accedere ad ogni fonte possibile ed immaginabile, però dobbiamo renderci conto che soltanto alcuni possono essere in grado di parlare. Come giornalisti abbiamo un potere straordinario: quello di scegliere. Ma per scegliere bisogna essere umili e rigorosi, selezionare le fonti attendibili”, ha aggiunto Caprara. “Lasciamo perdere le mille sorgenti con le quali possiamo venire a contatto e limitiamoci a scegliere centri di ricerca, documenti adeguati e soprattutto le persone che con preparazione possono raccontarci questi fatti”.

Il glaciologo e divulgatore del MUSE Christian Casarotto ha spiegato gli errori giornalistici da non fare quando si parla di cambiamento climatico. “Dobbiamo riuscire a tradurre un linguaggio che è davvero complesso, però forse con un briciolo di attenzione, concentrazione e calma le parole giuste possono davvero evitare derive terribili”, ha spiegato.

Il glaciologo del MUSE Christian Casarotto. Foto Gianni Zotta

Quando si parla di ghiacciai, per esempio, ha detto Casarotto, bisogna concentrarsi sul bilancio annuale complessivo, in alta e in bassa quota. “Supponiamo che il bilancio sia positivo. Sui giornali si trova scritto ‘I ghiacciai avanzano’. No, non è corretto, perché vuol dire che questa neve ha la possibilità di trasformarsi in ghiaccio. Ma perché questo accada devono esserci bilanci positivi per cinque, sei, sette anni. Il ghiacciaio avanza non a seguito di un inverno nevoso e di un’estate fresca, ma a seguito di una serie continua di cinque, sei, sette anni con bilanci positivi. Un anno non è sufficiente”, ha spiegato, aggiungendo che bisogna ragionare su uno slot temporale di almeno trent’anni per parlare di clima. “L’analisi climatica non si fa con i dati di solo un anno, ma deve essere almeno trentennale. Se abbiamo dati trentennali possiamo parlare di clima, un’estate fresca non c’entra nulla con il clima: è un evento meteorologico. Si parla di clima se viene inserito in un trend di almeno trent’anni”.

LE EMERGENZE SUL TERRITORIO E LE SCELTE DEONTOLOGICHE

La seconda parte della mattinata si è concentrata sulle esperienze di quattro testate locali: Vita Trentina, Toscana Oggi, Corriere Cesenate e Nuova Stagione.

Da sinistra, Zanotti, Verlicchi, don De Luca, Goio e Bigi. Foto Gianni Zotta

3 luglio 2022. Crolla un seracco del ghiacciaio della Marmolada. “Vita Trentina domenica 10 luglio titolava ‘Chiuso per lutto’, e l’arcivescovo Tisi parlava di questa tragedia come di ‘un monito’”, ha ricordato il caporedattore del settimanale diocesano del Trentino Augusto Goio. Sul suo sito, ha aggiunto Goio, “Vita Trentina ha raccontato dal 3 luglio gli eventi che venivano riportati. Le nostre fonti sono state la Provincia Autonoma con il suo ottimo ufficio stampa, la Protezione civile e le persone sul posto”.

“Scegliemmo di non salire il giorno stesso della tragedia, ma a due giorni di distanza, per poter avere elementi maggiormente solidi, e quindi dare voce ai soccorritori, alla Protezione civile e ai volontari, per un racconto attento anche alla dimensione umana alla tragedia”, ha spiegato il caporedattore di Vita Trentina.

Ha parlato del bradisismo, un fenomeno che caratterizza i Campi Flegrei e che consiste nel lento sollevamento e abbassamento del suolo causato dall’attività idrotermale, il direttore della Nuova Stagione di Napoli, don Doriano De Luca. “Si tratta di un rantolo che dura anni, decenni, e che si manifesta attraverso micro-eventi, ciascuno dei quali non sembra fare notizia. Molte di quelle scosse non le senti più, eppure tutte insieme costituiscono una delle emergenze ambientali più complesse e più interessanti di tutta Europa. Raccontarle ha significato applicare un cambio di paradigma a livello giornalistico”.

Quando Nuova Stagione ha deciso di seguire in modo strutturale il bradisismo, si è subito affidata agli esperti. “Non si racconta ciò che non si capisce o ciò che non si è capito. È una questione di rispetto verso i lettori e verso le comunità colpite, ma soprattutto verso la complessità del fenomeno”, ha sottolineato don De Luca. E ha indicato quattro trappole in cui si rischia di cadere quando si tratta un fenomeno come il bradisismo: l’allarmismo della singola scossa, l’assuefazione, la dipendenza acritica dalla fonte ufficiale e la spettacolarizzazione del dolore.

1966, l’anno dell’alluvione. Muta anche il mondo dell’informazione. “L’alluvione del 1966 ha cambiato il sistema di fare informazione intorno alle tragedie. Fu forse la prima, grande tragedia mediatica, perché le televisioni erano presenti in tutte le case e, nonostante i giornali fossero in bianco e nero, c’erano già le riviste con le foto a colori. Le immagini di quei giorni fecero il giro delle case degli italiani, ed ebbero un effetto significativo, ma fecero anche il giro del mondo”, ha spiegato Riccardo Bigi di Toscana Oggi.

All’epoca dell’alluvione Toscana Oggi ancora non esisteva, ma era ancora in vita la testata diocesana dell’Osservatore toscano, che si trovava al pianterreno di Palazzo Pucci, e venne completamente allagata, dovendo rinunciare all’uscita delle pubblicazioni per qualche settimana. L’alluvione del 1966, ha aggiunto Bigi, “fu la scintilla da cui, nel 1970, nacque la Protezione civile. E anche la nascita della Caritas, nel 1971, è stata influenzata dalla necessità di dare coordinamento all’attività caritativa della Chiesa, che in quegli anni fu ingente e fondamentale”.

2023, un’alluvione colpisce l’Emilia-Romagna. “Ma di quello che succede fuori dalle città inizialmente nessuno, o quasi, si interessa”, ha commentato Francesco Zanotti, direttore del Corriere Cesenate. “Il 21 maggio arriva Bonaccini. Dove lo portano? Nelle città. Allora ad un certo punto l’ho preso sottobraccio e gli ho detto che andava bene visitare le città, ma che in collina venivano giù versanti interi. In un secondo momento sono state censite 81.000 frane. Paesi isolati”.

“Le istituzioni, gli esperti, i testimoni. Noi abbiamo dato voce a loro. Per una settimana non abbiamo dormito. Uno dei motivi per cui c’è stata quest’alluvione è perché c’è stato un periodo di siccità pazzesco. Infatti le frane non hanno colpito la montagna, ma la mezzacosta, tra i 200 e i 400 metri, perché i campi avevano delle fenditure incredibili per le crepe dovute alla mancanza di acqua”, ha concluso Zanotti.

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