In un contesto che definire complicato è un eufemismo la politica italiana fa i conti ormai con l’ossessione della prova elettorale prevista per il prossimo anno. Il governo in carica deve misurarsi con il vanto di essere il secondo esecutivo nella storia repubblicana per durata, ma al tempo stesso con la grande difficoltà di immaginare come potrà sopravvivere ad una prova delle urne che avverrà a fronte di molte difficoltà economiche ed a scarse disponibilità di risorse da offrire all’elettorato. Il tutto tenendo conto di una coalizione di governo sempre meno coesa, perché non solo i partiti, ma anche le non poche fazioni che si muovono in essi, stanno letteralmente strologando su quale potrà essere il quadro futuro in cui dovranno muoversi.
Quasi per aritmetica contrapposizione i partiti delle opposizioni sono presi da un lato da una certa euforia perché pensano che le difficoltà della situazione travolgeranno l’attuale governo, ma dall’altro dalle tensioni per la loro difficoltà a trovare una convincente e condivisa visione alternativa da offrire al Paese (i mantra su alcuni slogan non vanno oltre la propaganda che convince i già convinti).
I politici di professione al momento la buttano sulla riforma della legge elettorale: nuovo sistema proporzionale che favorisca le identità, e dunque le differenze fra i partiti, ma presenza di un premio di maggioranza che costringa a formare coalizioni dove, almeno per la battaglia delle urne, le differenze si possano tenere sotto controllo.
Il fatto è che, in realtà, quando dai principi generali si scende all’articolazione concreta delle norme le diffidenze, tanto fra i partiti di maggioranza che fra quelli di opposizione, spuntano come i funghi e ancora non si vede come si potrà trovare la mitica “quadra”.
Siamo al punto che stanno crescendo le voci secondo cui potrebbe anche darsi che si lasci tutto com’è scontando il rischio, piuttosto concreto, che dalle urne non emerga alcun blocco vincente e si debba tornare al quadro di governi meno legati a formule politiche e più alle necessità “tecniche” di gestire una futura fase di economia in affanno, relazioni internazionali caotiche, società italiana percorsa da lotte di fazione.
Benché ci sia ancora una relativamente lunga fase di attesa in cui molte cose accadranno prima che si arrivi alla stretta propriamente pre-elettorale, l’impressione fra gli addetti ai lavori (che non sono quelli che si esibiscono nei talk show) è che stia crescendo una certa propensione a non vedere male il mantenimento dell’attuale stato di contrapposizione fra le forze politiche senza che ci sia preponderanza certa di una parte. Così la distribuzione dei ruoli e degli incarichi, molto variegata per la compresenza di nomine che fanno capo a fonti diverse (nazionali, regionali, comunali, tecnico-burocratiche, ecc.), potrebbe sia mantenersi sia dare spazio alle politiche più o meno clientelari (quelle volgarmente etichettate come “amichettismo”) che sono una caratteristica di quasi tutte le componenti che fanno capo ai partiti.
Tutto questo però suppone una situazione generale che non vada a stabilizzarsi con esiti complicati, forse addirittura drammatici. Una economia che dovesse fare i conti con una crisi seria (problemi energetici, necessità di forte spesa nella difesa, inflazione che si surriscalda, ecc.) già non consentirebbe il gioco di specchi fra governo e opposizioni, ma se a questo si aggiungesse un deciso peggioramento nella politica internazionale saremmo in una situazione in cui fermarsi all’attuale scontro pre-elettorale fra destra-centro e campo largo diventerebbe impossibile, a meno di non avere delle classi politiche che hanno perso totalmente il contatto con la realtà.
A guardare come è ridotto il dibattito politico, non è che ci si senta tranquilli, ma va anche detto (speriamo di non sbagliarci) che qualche spinta perché si esca dalla stagione della contrapposizione da politica spettacolo qua e là si coglie.
Crediamo sia la spia di qualche maggiore consapevolezza in almeno una parte delle classi dirigenti che la situazione è davvero troppo seria per risolverla con le ritualità degli scontri fra le nostre fazioni politiche (quelle storiche e quelle che si sono riverniciate per fare più audience).