Nel 1952 l’avvio del Trento Film Festival, oggi resta cruciale

La notizia

Il C.A.I. tiene quest’anno – come si sa – il suo congresso a Trento, in omaggio alla S.A.T., che celebra nel corr. mese di settembre, l’80.o di fondazione. (…)

In occasione del Congresso avremo a Trento anche un Festival internazionale del cinema alpino, (il primo) durante il quale saranno proiettate (nuovo cinema «Astra» in Corso Buonarotti), ben 31 pellicole, 25 delle quali al passo ridotto e 12 al passo normale.

Ci sono pellicole italiane (fra le quali anche di Trentini, «La parete della Paganella» e «La leggenda dei monti pallidi»), francesi, svedesi, norvegesi, austriache e jugoslave.

Vita Trentina n. 36 dell’11 settembre 1952

L’avvio della prima edizione del Festival del cinema della montagna portò tre novità al Trentino. La prima fu il riconoscimento nazionale (da parte del Cai) che sancì come il piccolo capoluogo di una regione di frontiera potesse rivelarsi all’altezza di ospitare una rassegna internazionale che diventava anche “evento” comunicativo e partecipativo. La seconda fu che l’alpinismo veniva sdoganato dalla dimensione sportiva e ludica che pur ne aveva segnato la storia, per diventare invece parte costitutiva di una cultura alpina comprensiva dell’esplorazione dei territori, ma anche delle condizioni di vita di chi li abitava e lavorava. La terza fu l’apertura internazionale della rassegna e l’ampia partecipazione subito registrata, per la quale si apriva un nuovo locale adatto all’occasione, il Cinema Astra, in una zona di recente sviluppo urbano. Il Festival si proponeva così non solo come strumento di documentazione della montagna e delle imprese sulle sue cime e nelle valli, ma anche promozione di un linguaggio cinematografico che andasse oltre l’intrattenimento, superando la prassi dei cineforum, già un po’ usurata.

L’Astra era costruito a misura di questo passaggio e chi era ragazzo in quegli anni ricorda bene le emozioni che trasmettevano quelle sue vetrate che si aprivano sull’ingresso. Ci si fermava sempre tornando da scuola perché le locandine sui film di montagna facevano viaggiare l’immaginazione più ancora di quelle dei film western, con gli eroi delle “Cime e meraviglie” (Samivel), “Stelle di mezzogiorno” e Ottomila (Lionel Terray e Gaston Rebuffat, Compagnoni, Lacedelli, Bonatti e poi Tenzing, che sarebbe venuto a Trento e salito sul Bondone), che facevano concorrenza ai protagonisti dei saloon e delle praterie, Gary Cooper, Gregory Peck… Era un cinema speciale l’Astra, perché riusciva a coinvolgere lo spettatore prima ancora che entrasse in sala mentre altre strutture pur prestigiose (come il Sociale) apparivano solo adattamenti al grande schermo. Fu una stagione per molti versi irripetibile quella dell’avvio del Festival. Lo fu per la montagna e lo fu per il cinema. Per la montagna perché coincise con la conquista progressiva dei Grandi Ottomila, fino ad allora inaccessibili se non alle antiche leggende himalaiane e ai nuovi miti mediatici, come la straordinaria epopea di Mallory cha scalava la montagna più alta del mondo, l’Everest, “perché è là” e scompariva poi alla vista perdendosi nelle nubi senza che si potesse sapere se fosse caduto prima di raggiungere la vetta o nel ritorno dopo averla conquistata. Il cinema, per la sua parte, con le sue inquadrature e le sue dissolvenze (e con le nuove “Super 8” che ognuno poteva portare con sé) ricostruiva questo alone mitico nelle imprese che riprendeva fra i ghiacci, documentando al tempo stesso situazioni e condizioni sociali di popolazioni lontane (gli Sherpa, gli Hunza nelle marce di avvicinamento, le loro esigenze e rivendicazioni) che i mezzi di informazione tradizionali solitamente trascuravano.

Furono anni di passaggio per la montagna e il Festival fornì le chiavi per varcarne la soglia. Si concludeva l’epopea della “conquista” delle vette, iniziata con la salita del Monte Bianco di De Saussure nel 1786 e si apriva quello delle difficoltà estreme (il film sul Sesto Grado con Cesare Maestri, o le vie spettacolari sulle Lavaredo) e contemporaneamente cresceva l’attenzione per la montagna degli “Ultimi”, per chi l’alpinismo aveva spesso dimenticato, del vento che bussa a porte vuote, ma al tempo stesso fa della montagna il luogo della “resistenza” ai condizionamenti del mercato, al consumismo, per cui l’alpinismo, il percorrere ed esplorare le montagne diventa sfida etica, ricerca di se stessi, di un ideale, di un Assoluto forse, di solidarietà con chi la montagna vive o percorre.

Ecco allora il terzo punto, il ruolo internazionale del Festival in quegli anni in cui il mondo era diviso dalla Guerra fredda e la lunga, tragica Guerra di Corea si presentava come la possibile premessa di un terzo conflitto mondiale e di una conseguente catastrofe nucleare. In questo contesto divisivo, l’internazionalità diventava messaggio di buona volontà e di pace con le montagne che si presentavano come luoghi di resistenza civile e rivendicazione di libertà umana sotto tutti gli ordinamenti politici e i regimi. Per questo la bandiera cinese sventolava accanto a quella americana e russa, quella italiana con le altre europee, dell’Est e dell’Ovest. Per questo le montagne si presentavano come una patria comune per tutti gli uomini di buona volontà. Questa è stata – ed è – l’internazionalità del Festival.

Ed ora? Oggi sono cambiati sia la montagna che l’alpinismo con le nuove immagini mediatiche, ma il Festival non ha perduto il suo ruolo. Che è quello di proporre che la montagna, ben oltre le vette e le pareti impossibili, vada riconquistata nelle armonie (non certo facili) che rappresenta e offre. Armonia fra natura e lavoro, fra risorse e sobrietà, fra ospitalità e limite, fra libertà e responsabilità. La montagna resta l’alternativa alle strumentalizzazioni dell’artificialità tecnologica attraverso la quale si manifesta il dominio dei forti sui più deboli, il condizionamento della ricchezza ostentata sulla sobrietà: della violenza, quindi. È una condizione da difendere, recuperare e incentivare per uscire dalla solitudine rissosa e narcisistica dei “social”. Il mondo si trova nuovamente in una fase di passaggio epocale e cruciale. Il Festival della Montagna di Trento è chiamato ad accompagnarla.

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