Appesi alla riforma elettorale?

Con la situazione internazionale sempre critica ci sarebbe di meglio da fare per i politici italiani che concentrarsi sulla riforma elettorale. La giustificazione della maggioranza, ma sarebbe meglio dire della Meloni e di FdI perché gli altri sono piuttosto tiepidi, è che bisogna liberarsi da un sistema vigente che consentirebbe anche di non vedere vincitori nelle urne e di conseguenza aprire la possibilità di avere governi “tecnici” non scelti dagli elettori. Giustificazione invero curiosa visto che non solo abbiamo un astensionismo intorno al 50% degli aventi diritto, il che significa che metà del Paese non è che ci tenga molto a vedere il governo votato da lei, ma che non risulta che i governi tecnici passati, quello Draghi innanzitutto, ma anche quello Monti, siano stati poco graditi dalla nostra opinione pubblica. Dunque il tema è tutto nella volontà dei partiti, maggioranza ovviamente ma anche opposizioni, di non essere emarginati nel gioco politico. La riforma in discussione è, a dire il vero, partita col piede sbagliato, perché era inserita nel più ampio disegno di riforme istituzionali (giustizia, premierato, autonomie regionali) promosse dalla maggioranza di destra-centro tanto da apparire oggi come una sorta di ultimo treno per non perdere del tutto quegli obiettivi. Ciò consente alle opposizioni di arroccarsi sul facile gioco della contrapposizione al disegno di riforme istituzionali che ritiene di avere già sconfitto nel referendum sulla riforma Nordio.

Solo tardivamente la maggioranza ha dichiarato di voler fare una riforma della legge elettorale frutto di un confronto con le opposizioni, spiegando che la nuova legge punta ad avere un vincitore elettorale (una coalizione vincitrice) chiaramente individuabile a cui, grazie al vecchio mezzuccio di un premio di maggioranza, sarebbe garantita una governabilità di legislatura. A guardare le schermaglie politico-parlamentari in corso vien da dire che di tutto ci si sta preoccupando tranne che di ricostruire veramente un sistema rappresentativo che sottragga ai gruppi dirigenti dei partiti il monopolio della selezione dei membri delle Camere. Neppure la scelta per un impianto di tipo proporzionalistico sconvolge del tutto lo schema attuale, perché essendo comunque la competizione portata a livello di scontro fra coalizioni ampie (tendenzialmente due) c’è tutto lo spazio per i singoli partiti coalizzati di distribuirsi fra loro la formazione delle liste. Probabilmente un certo scossone verrebbe dalla reintroduzione dei voti di preferenza: scelta con il rischio di favorire combinazioni e lobbismi, ma anche con il vantaggio di coinvolgere un po’ di più i cittadini nella scelta delle persone da cui farsi rappresentare. Tuttavia al momento nella maggioranza solo FdI è disponibile all’introduzione delle preferenze, mentre gli altri partiti non le vogliono e quanto alle opposizioni sono sostanzialmente contrarie a tutto (almeno ufficialmente: poi sembra che in realtà il PD non sia chiuso all’impianto generale della riforma, a patto, ovviamente, di sostanziali aggiustamenti).

Su alcuni punti non sembra impossibile arrivare ad un ampio accordo. L’ampiezza del premio da dare alla coalizione vincitrice con 40% o più dei suffragi deve per forza di cose essere tale da non consentire che la maggioranza possa avere da sola i numeri per eleggersi le cariche di garanzia (presidente della Repubblica, giudici costituzionali, ecc.): ma si tratta di un limite stabilito anche dalla Consulta, per cui valicarlo implicherebbe una vulnus costituzionale (e sarebbe un grande regalo all’opposizione che ha testato nel referendum recente quanto mobilitante sia l’appello, pur in quel caso strumentale, a non toccare la nostra Carta Fondamentale). Ci sono però molti e non insignificanti dettagli tecnici su cui si può far fallire qualsiasi negoziato: la lunghezza delle liste, la composizione delle maggioranze raccolte per la Camera e per il Senato, i meccanismi di ballottaggio nel caso mancasse una coalizione che raccoglie almeno il 40% dei voti, solo per citarne alcune. Sono tutti terreni più che scivolosi sui quali si può far saltare ogni intesa, visto che anche nella maggioranza non è che ci sia una unità di ferro e che la legge sarà votata alle Camere a scrutinio segreto, dunque con molti spazi per giochetti vari. Di qui anche l’ipotesi, che non dispiace ad un fronte traversale abbastanza ampio, di lasciare alla fine tutto così com’è (ne abbiamo già accennato). Con il non secondario problema che un sistema elettorale che dia esiti non gestibili non è quel che ci si può augurare in tempi di gravi turbolenze come quelle in corso.

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