Autonomia: non è questo il terzo statuto

È stato lo stesso presidente trentino Maurizio Fugatti a precisare che il testo di riforma costituzionale delle autonomie speciali approvato mercoledì dal Senato non è ancora il “terzo statuto di autonomia”, forse per sgonfiare l’’ampollosità con cui era stato celebrato.

Ha parlato di riforma “storica” pure la premier Giorgia Meloni in un commento scritto sulle pagine del Dolomiten per evidenziare la sintonia tra la SVP e il suo partito (a inizio legislatura il rapporto era ancora in bilico), così da spartirsi il merito con il ministro leghista Calderoli, fino ad allora immortalato nelle cronache politiche come “padre” unico di questa riforma.

Nello stesso tempo chi ha a cuore la specificità dei nostri territori dentro il quadro nazionale non può sottostimare o sminuire pregiudizialmente la portata dell’accordo votato dai senatori il 13 maggio con 129 favorevoli, 48 astenuti e zero contrari. È vero che è stato raggiunto in tempi affrettati in virtù di una “promessa” politica tra i Presidenti delle due Province e il centrodestra, in base alla quale si è riusciti pure a blindare il testo dalle modifiche di un dibattito allargato.

Si deve ammettere però che questa “riformetta” va comunque a “riacquisire alcuni spazi di autonomia” (secondo l’espressione di Fugatti) e ridefinisce alcuni rapporti di equilibrio tra Roma, Trento e Bolzano, rendendo più pesante la cosiddetta “clausola d’intesa”, la procedura che tende a limitare eventuali revisioni dello Statuto in modo unilaterale da parte dello Stato. Una “riforma esemplare nel campo della tutela delle minoranze”, ha scritto sul Corriere dell’Alto Adige la storica firma dell’Ansa Toni Visentini, osservatore attento della storia autonomistica.

Si è notato giustamente che l’accordo raggiunto si riferisce soltanto ad alcuni ambiti di competenze e affronta alcune problematiche molto “popolari” come la convivenza con i grandi carnivori, la disciplina degli orari nel commercio e la rappresentanza etnica negli organi amministrativi.

Il 13 maggio segna dunque un passaggio parlamentare da non enfatizzare, ma nemmeno da liquidare. A nostro avviso, le modifiche vengono introdotte nel testo con una precisione chirurgica, ad aggiustamento di alcuni aspetti molto puntuali ( li descrive Paolo Valente nella sua rubrica da Bolzano a pag. 27 ), ma non inserite dentro un disegno complessivo di revisione dell’autonomia, elaborato con un percorso partecipato e quindi anche culturalmente condiviso.

A proposito, questa parziale “riforma Calderoli” ci deve richiamare il fatto che dal 2001 – con la discussa revisione del titolo V della Costituzione – non si sono più realizzati a livello nazionale passi significativi a favore di autonomie mature, al passo con un’epoca che anche sul piano geopolitico è ben diversa da quella dei padri fondatori e dalle condizioni storiche del secondo statuto del 1972. Registriamo modifiche limitate, glorificate dai promotori come vittoriose prove di forza nel braccio di ferro con la Corte Costituzionale. Che invece svolge soltanto il suo compito a protezione dell’indivisibilità dello Stato repubblicano e non dovrebbe essere guardata da Trento e Bolzano con l’atteggiamento vittimistico di chi teme di veder erose le proprie competenze.

Davanti alla portata ridotta di questo accordo, cresce il rammarico per il lavoro svolto dieci anni fa con le proposte di riforma organica dello Statuto, prodotte dalle apposite Consulte provinciali. Soltanto un lavoro ri-costituente “dal basso”, condiviso da tutte le componenti sociali e culturali delle nostre due Province, potrà convergere nella bozza di uno statuto “forte”, in grado di dare esiti positivi e duraturi per contrapporsi alle tre strategie con cui i Governi romani hanno guardato negli ultimi vent’anni all’asta dell’Adige: un disegno federalista sviluppato in contrapposizione e non in solidarietà fra le varie parti del Paese; una malcelata “devolution” che indebolisce progressivamente le prerogative autonomiste per livellare le competenze regionali; una contrattazione “caso per caso” che consente il mantenimento di uno squilibrato “status quo”.

Preme infine sottolineare la prospettiva regionalista che esce da questo accordo di riforma in modo ambiguo: da una parte soltanto insieme Fugatti e Kompatscher avrebbero ottenuto quanto richiesto, dall’altra nel testo si rimarcano più le competenze provinciali che quelle regionali in una logica di “condominio” più che di “quadro” degasperiano.

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