Continua la protesta a favore dei lavoratori del call center di Dolomiti Energia

Alla Dana di Arco hanno scioperato in solidarietà con le lavoratrici e i lavoratori del call center di Dolomiti Energia il 28 aprile scorso. Alla Sapes l’8 maggio. Alla Bonfiglioli il 13, alla Cariboni il 14, alla Meccanica del Sarca e alla Metalsistem il 15. Oggi, venerdì 22 maggio, sciopero di due ore alla Ebara di Cles, alla Girardini di Tione, alla Siemens Energy Transformers e alla Cardioline di Trento. Dieci aziende metalmeccaniche in meno di un mese. La rabbia nelle fabbriche trentine cresce e non si ferma.

Le tute blu protestano contro la scelta di Dolomiti Energia — azienda di proprietà pubblica, partecipata dai Comuni di Trento e Rovereto e dalla Provincia Autonoma, che fa centinaia di milioni di utile netto all’anno con l’acqua e le bollette dei trentini — di tagliare deliberatamente i salari del call center. Centinaia di euro in meno al mese.

“I salari in Italia, lo dicono tutti gli osservatori, sono già troppo bassi. E in Trentino va anche peggio, se è vero, come ha riportato la stampa locale nei giorni scorsi, che il 40 per cento dei posti di lavoro nel 2025 non è stato coperto perché nessuno accetta di lavorare per quello che viene offerto, cosicché i giovani continuano ad andarsene non vedendo qui un futuro”, sostiene Fiom Cgil. “In questo contesto, la scelta dell’azienda pubblica più importante del territorio è un messaggio pericolosissimo: chi ha le risorse per fare altrimenti sceglie di abbassare i salari, portare il lavoro fuori dal Trentino, colpire le donne, affidare gli appalti a chi non si è fatto scrupoli ad applicare contratti pirata. L’Autonomia si riduce a una cornice vuota dentro la quale i diritti di chi lavora non valgono nulla. Le scelte di politici e manager che impoveriscono chi lavora hanno un nome e un cognome. I dirigenti di Dolomiti hanno agito con lucido cinismo. I politici che rappresentano la proprietà e si voltano dall’altra parte sono corresponsabili. Il sindaco di Trento, che difende apertamente la scelta di Dolomiti di abbassare i salari delle donne e delocalizzare il lavoro, ha persino tradito la storia da cui proviene. Le fabbriche metalmeccaniche trentine scioperano per evitare che questo degrado si allarghi colpendo anche loro. Se passa il principio che l’azienda più ricca del Trentino può abbassare i già poveri salari delle operatrici del call center di oltre il 20 per cento, persino calpestando le norme, nessun lavoratore è al sicuro. Per questo la protesta non si fermerà”.

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