La notizia
Correva l’anno 2001 quando un prete nativo di Salter e parroco a Sanzeno, dal passato illustre di vicario generale della Diocesi, mons. Severino Visintainer, individuava due possibilità sulla strada di una “nuova evangelizzazione”: il prete “col lampeggiatore”, che corre qua e là come un matto ad amministrare i sacramenti, oppure il “riconoscimento generalizzato e istituzionalizzato di un livello di presenza e animazione pastorale proprio della comunità”.
Gli scenari da “prete che manca” che all’alba del nuovo millennio cominciavano a prefigurarsi, ora che ci avviciniamo al 2020 si manifestano in tutta la loro problematicità. Forse meno con i campanili e i campanilismi, dato che le dimensioni allargate date dalle storiche circoscrizioni pievane hanno mantenuto una forte identità e unione. Forse da qui, da una storia che ci accompagna fin dalle origini, si può ripartire”.
Alberto Mosca (da Vita Trentina, 10 ottobre 2018)
Il tema della crisi delle parrocchie, dovuta “anche” al ridursi delle vocazioni sacerdotali assieme alla fatica dei parroci costretti a continui spostamenti viene ora affrontato con decisione dall’arcivescovo Lauro Tisi nella nota pastorale “Verso i Fuochi Eucaristici” che avvia la sperimentazione nelle vallate (per ora rimane sospesa nelle realtà urbane di Trento e Rovereto). L’iniziativa mira a dare una risposta ai timori già avanzati all’aprirsi del secolo da mons. Severino Visintainer, nel frattempo aggravatisi. Si è sperimentato che unificare troppe piccole parrocchie porta le popolazioni ad una perdita di identità anche spirituale, mentre la mancanza di appartenenza demotiva ogni impegno e scoraggia ogni volontariato. D’altra parte il pendolarismo sistematico cui i sacerdoti sono costretti da una chiesa all’altra li svuota “dentro”, crea non solo usura fisica, ma anche affanni mentali, deconcentrazione, perdita di relazioni che rischiano poi di tradursi in un senso di impotenza e frustrazione personale. Una situazione molto più pesante che l’essere “prete con il lampeggiatore”.
I Fuochi Eucaristici si propongono di por fine al sacerdote motorizzato ed ancorarlo invece ad una residenza precisa, coadiuvandolo con gruppi laicali di supporto. L’ Arcivescovo pone l’attenzione sulla Messa domenicale con la celebrazione dell’Eucaristia visto come momento supremo, “culmine e fonte” dell’evangelizzazione, come viene descritto in pagine molto belle sulle “motivazioni di fondo” dell’iniziativa. La Messa domenicale sarebbe così concentrata in alcune chiese prefissate di riferimento attorno alle quali costruire nuclei di servizio e di animazione. Ad esempio un gruppo di lettori e lettrici, che potranno anche guidare preghiere e momenti di ascolto della Parola nel corso della settimana, un gruppo corale o musicale affiatato, alcuni sacristi per la cura della chiesa alla quale la domenica affluiscono i fedeli dai paesi vicini…
La proposta di mons. Tisi, aperta al confronto e a ulteriori contributi, riporta per molti aspetti a situazioni antiche e ad altre neppure troppo vecchie, quando esistevano le pievi (il termine viene da “popolo”), ma anche, più avanti nell’Ottocento, quando in subordine alle parrocchie esistevano le curazie. Per altri aspetti la proposta è coraggiosamente innovativa perché postula un riassetto del territorio non facile da raggiungere col consenso. Basti pensare, a proposito, a quell’ “incompiuta” in campo civile che sono stati i Comprensori e sono ancoa le Comunità di valle.
In questa prospettiva la recente nota vuole raccogliere le indicazioni “dal basso” dai paesi e dalle vallate, dalle realtà ecclesiali che già si impegnano per le comunità, ma dovranno anche essere lette attentamente dalle istituzioni civili e politiche e dai loro rappresentanti perché coinvolgono anche assetti territoriali e servizi pubblici in possibili o auspicabili integrazioni con quelli del volontariato. Occorrerà quindi che anche a livello diocesano emergano indicazioni ed orientamenti non solo sulla dislocazione dei Fuochi (la storia, la tradizione, la conoscenza dei flussi anche turistici costituiscono già una bussola efficace), ma anche su come trasportare i fedeli dai paesi ai Fuochi, su come preparare i volontari di appoggio e su come radicare i sacerdoti nelle nuove sedi, evitando le solitudini che sono spesso alla base di molte fragilità e difficoltà personali.
Gli edifici non mancano, nelle canoniche dei Fuochi potrebbero riunirsi in fraternità alcuni sacerdoti: giovani pieni di energie, ma anche anziani che non sono in grado di assumere incarichi prolungati, ma possono aiutare fattivamente nella preghiera, nell’ascolto, nei sacramenti, come avviene in varie comunità religiose, come i Bertoniani. Con la presenza magari di laico/a competente che aiuti in mansioni burocratiche, economiche e caritative, perché la missione non sia sopraffatta dalla burocrazia e resti al prete il tempo per pregare, prepararsi, stare fra la gente, visitare le famiglie…
Alcuni problemi aperti meritano un approfondimento: la catechesi e la proposta ai giovani ad esempio, l‘animazione degli oratori, la manutenzione della chiese che non siano Fuochi, le canoniche da non abbandonare o svendere, ma piuttosto da destinare all’accoglienza di famiglie o altre necessità.
Non sono problemi facili, ma neppure impossibili se affrontati con buona volontà e partecipazione. E sono tutti settori nei quali potrebbero dare un loro contributo di presenza e vicinanza i movimenti ecclesiali. Che non sono sette o “lobby”, come spesso vengono accusati, ma sono quasi tutti sorti prima della caduta delle vocazioni da carismi volti a supplire la crisi della “forma parrocchia”, in difficoltà da molti anni, soprattutto nei contesti urbani che spesso anticipano le tendenze generali. Perché la parrocchia non è solo culmine e fonte della fede, ma ha il compito di preparare il terreno perché il seme evangelico non vada perduto, non finisca fra i rovi che lo soffocano o sull’asfalto sterile di uno stradone. “Accendere” i Fuochi è un impegno che tutti richiama e coinvolge perché una società frammentata e divisa ritorni comunità.