Morte di Adele Cobelli, il cordoglio della FIAB: “Il dolore si unisce alla rabbia”

Anche la Federazione Italiana Ambiente e Bicicletta di Trento esprime il suo più profondo e sincero cordoglio alla famiglia, agli amici e a tutta la comunità colpita dalla tragica e prematura scomparsa di Adele Cobelli, la giovane ciclista travolta e uccisa a 14 anni da una persona alla guida di un’automobile.

“Davanti all’ennesima tragedia, il dolore si unisce alla rabbia. Non possiamo più accettare che le nostre strade siano un luogo dove la vita dei più vulnerabili venga costantemente messa a rischio. Come è già stato giustamente sottolineato da Renato Beber di Federciclismo, per fermare questa strage non possiamo limitarci all’aspetto tecnico. È indubbiamente importante e apprezzabile lo sforzo messo in campo sul fronte delle infrastrutture – che restano un tassello fondamentale –, ma da sole non bastano. È necessario avviare un lavoro profondo e strutturato sulla nostra cultura autocentrica, altrimenti nessun ciclodromo o pista ciclabile potrà proteggerci del tutto. Bisogna cambiare la testa di chi guida, non solo l’asfalto. Questo cambiamento deve passare inevitabilmente da una radicale riforma del linguaggio e delle strategie comunicative istituzionali. Le campagne tradizionali, incentrate sul generico invito al “rispetto reciproco” o alla pacifica convivenza, hanno dimostrato di non raggiungere l’obiettivo. Mettono sullo stesso piano soggetti che non lo sono affatto. La comunicazione deve invece insistere sulla forte e asimmetrica responsabilità morale di chi si mette alla guida di un veicolo a motore. Un’automobile è, nei fatti, una potenziale arma: chi la conduce deve essere consapevole che, in caso di scontro, è il suo mezzo a procurare il danno maggiore, spesso irreversibile. Non c’è parità in strada, e la responsabilità deve essere proporzionale al potenziale distruttivo del mezzo che si governa. Questo messaggio deve essere portato ed evidenziato anche da coloro che si occupano di educazione stradale“, scrive in una nota la FIAB.

“Allo stesso modo, rileviamo l’inefficacia e la parzialità di tutte quelle campagne e di quei messaggi che mettono continuamente in evidenza i comportamenti che gli utenti vulnerabili dovrebbero tenere per “difendersi” (es. indossare giubbotti catarifrangenti, stare rasente il marciapiede, prestare quadrupla attenzione). Questo approccio finisce, implicitamente, per spostare l’onere della sicurezza sulla potenziale vittima, deresponsabilizzando chi genera il pericolo. La sicurezza dei pedoni e dei ciclisti deve essere garantita a monte dalle regole e dai comportamenti di chi guida i mezzi pesanti e veloci, non dall’abilità dei vulnerabili nel sapersi nascondere o proteggere. Infine, l’indignazione deve tradursi in azioni repressive mirate. Servono controlli e sanzioni severe per chi fa “il pelo” ai ciclisti, sfiorandoli a velocità elevate senza rispettare le distanze minime di sicurezza o forzando la manovra di sorpasso anche quando non vi sono le condizioni di visibilità e spazio per farlo in sicurezza. Accanto al controllo fisico delle strade, è diventato urgente presidiare lo spazio digitale. Chiediamo un monitoraggio attento delle pagine e dei canali social dove si esaltano e si spettacolarizzano i comportamenti a rischio, come le sfide di velocità e la guida spericolata. Questi spazi non sono un gioco, ma incubatori di una sottocultura della violenza stradale che poi si riversa, con effetti letali, nelle nostre strade”.

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