Vatti a fidare del “bullo” d’oltreatlantico! Certo che Donald Trump, leader di quello che fino a qualche tempo fa veniva chiamato Occidente, non conosce limiti alla volgarità e al cinismo nei confronti di coloro che lo apprezzano (o apprezzavano), Giorgia Meloni compresa. L’inaudito comportamento del Tycoon al G7 di Evian conferma anche la sua precaria stabilità mentale. Il grande trappolone da lui escogitato per mettere in imbarazzo la nostra premier, rea secondo lo stesso Trump di avere “pietito” una foto in comune, ci porta ad alcune riflessioni che vanno ben al di là di questo assurdo episodio.
La prima è che Trump non sa distinguere fra questioni personali e aspetti di comportamento istituzionale. Il mischiare i propri giudizi umorali di simpatia o antipatia per l’interlocutore con il compito di assumere un ruolo istituzionale negli incontri pubblici che si concentri sui temi che davvero contano è un fatto deleterio e della massima gravità. Davvero la conseguenza di questo modo erratico di agire può segnare la fine dell’Occidente. Il timore è che alla fine sia destinata a “saltare” anche la Nato, unica vera istituzione che teneva ancora assieme la grande tradizione (quasi 80 anni) di cooperazione transatlantica: lo vedremo ben presto al prossimo vertice di luglio in Turchia. Ma già oggi il distacco e il disprezzo di Trump per l’Alleanza sono più che mai evidenti. In effetti la seconda riflessione, vero obiettivo dell’attacco personale alla Meloni, è stata la corretta decisione della nostra premier di non concedere la base militare di Sigonella, quale trampolino di lancio militare nella guerra contro l’Iran. Guerra, fra il resto, avviata senza neppure avvisare (e tanto meno consultare) gli alleati della Nato, salvo poi lamentarsi e rimproverare gli europei di non volere “dare una mano” nel mantenere aperto lo Stretto di Hormuz.
Colpire Giorgia Meloni, considerata fino a qualche tempo fa una sicura alleata, serviva a lanciare un chiaro messaggio agli altri partner sulla insoddisfazione di Trump per i risultati della guerra a Teheran, invero catastrofici per gran parte del mondo. Guerra lungi dall’essere chiusa malgrado i recenti sforzi negoziali a Ginevra. Insomma, si tratta di riversare sugli europei la colpa della mancata “vittoria” sul tostissimo regime iraniano.
Purtroppo, ed è un’ulteriore riflessione, con Trump la guerra è tornata ad essere un prolungamento, come diceva von Clausewitz nel 1812, della politica estera, un modo sbrigativo per risolvere contese e imporre il potere della superpotenza americana. Non è esattamente il modo con cui gli europei pensano alle relazioni internazionali, soprattutto alla luce dell’aggressione ancora in corso sul nostro continente da parte della Russia contro l’Ucraina. Più che mai dopo quasi cinque anni di feroci combattimenti nel Donbass l’Europa cerca disperatamente di chiudere il capitolo ucraino con una pace giusta e duratura, come si usa dire. Ma l’esempio di un Trump che ha fatto della guerra il suo modo principale di agire internazionalmente rende ancora più difficile convincere il dittatore Vladimir Putin ad accettare una tregua e aprire un tavolo di negoziato. Anzi, e qui va dato atto a Giorgia Meloni di avere colto appieno il punto, Trump sembra essere dalla parte di Putin contro Kyiv e l’Europa: insomma, più a favore dei nemici che degli alleati.
È questo il riflesso del radicale cambiamento del mondo in questi anni, ove conta di più avere buone relazioni con gli Stati che contano e i cui interessi di “dominio” sulle rispettive aree di influenza coincidono: quindi Cina, Russia e Stati Uniti, un mondo tripolare in cui non c’è spazio per l’Europa occidentale. Proprio l’emergere di questo nuovo quadro internazionale doveva essere meglio studiato da Giorgia Meloni. La sua pretesa iniziale di volere fare da “ponte” fra Washington e Bruxelles è miseramente fallita e ad uscirne indebolita è la credibilità internazionale della nostra premier e di conseguenza dell’Ue. Dovrebbe infatti essere chiaro, anche alla luce di questi ultimi episodi, come non sia possibile né pensabile mantenere una posizione a metà strada fra gli Usa e l’UE. L’ambiguità alla fine si manifesta in negativo ed è quindi per noi rischiosissimo rimanere a metà del guado, anche perché l’Italia tradizionalmente conta molto poco sul piano internazionale.
Giorgia Meloni ha ottenuto una personale solidarietà nel Consiglio europeo che è seguito al diverbio con Trump: ma non una dichiarazione comune dell’intera UE. Per di più un paese conta se ha alle proprie spalle l’insieme della politica nazionale: maggioranza ed opposizione. In realtà, in questo episodio increscioso è arrivata una parziale solidarietà anche dall’opposizione.
Ma non è la politica bipartisan del passato che vedeva l’intero arco costituzionale partecipare con convinzione al progresso e alle riforme dell’integrazione europea. È su questo terreno che deve lavorare il governo italiano, lasciando cadere, tanto per fare un esempio, gli slogan sovranisti del mantenimento del voto unanime nel Consiglio europeo. È urgente che Giorgia Meloni si convinca di ciò, anche per rispondere al disperato appello di papa Leone: “basta odio, bullismo e guerra”, perfetta descrizione, senza nominarlo, di Donald Trump.