Il vasaio: Dio o noi?

Mons. Lauro Tisi con il testo della sua decima “Lettera” che sta destando interesse anche a livello nazionale. Foto (c) Gianni Zotta

Quando ho avuto tra le mani la lettera del nostro Vescovo Lauro e ne ho letto il titolo: “Il Vasaio”, il pensiero è corso subito ai testi biblici che paragonano Dio a un vasaio (Gen 2,7; Ger 18,1-6; Is 64,8; Rm 9,20-21). Eppure, nella lettera non si parla di Dio che, come un vasaio, plasma l’uomo dalla polvere o che tiene Israele nelle sue
mani come argilla.

Questa volta il nostro Vescovo invita noi a diventare dei vasai: “Ho un sogno: veder crescere nelle nostre comunità artigiani che si mettono in gioco per plasmare insieme la pace”.

Quando sentiamo parlare di sogni pensiamo spesso a qualcosa di irreale. Davvero la pace è un sogno e nulla più? I conflitti che hanno segnato l’umanità dopo la Seconda guerra mondiale, quella che papa Francesco definiva una “Terza guerra mondiale a pezzi”, sembra confermare che la pace è un’utopica illusione. La lettera, invece, vuole “disarmare” tale convinzione: la pace è possibile e la prova sta nel contributo che ciascuno può offrire per plasmarla.

Dal testo emergono due piani: quello dell’interpretazione della realtà e quello dell’agire. È su questi due livelli che è possibile educare ed educarci alla pace. In primo luogo, occorre cambiare alcune convinzioni, tra cui “la convinzione che la sicurezza passi anzitutto dall’investimento in armamenti”. Era ciò che pensavano molti  generali europei alla vigilia della Prima guerra mondiale: se possiedo più armi del nemico, questi non mi attaccherà. Ma “La paura non genera fraternità innesca solo sospetto”.

Anche tra noi cristiani circolano delle convinzioni non evangeliche, difficili da scalfire: “la forza produce la pace, la guerra può risolvere i problemi, il denaro rappresenta la sicurezza ultima dell’esistenza”. Per questo risulta utile porsi una domanda decisiva: “non che cosa ci rende davvero sicuri, ma che cosa può renderci davvero umani?”. La questione non riguarda soltanto le strutture, i sistemi e gli equilibri geopolitici, ma attraversa gli atteggiamenti profondi del nostro spirito. La pace anzitutto è una questione di cuore!

Per quanto riguarda il piano dell’agire: che cosa possiamo fare concretamente?

La Diocesi offrirà nei prossimi mesi un percorso formativo per educare le nostre comunità alla pace: parteciparvi è già un’azione concreta alla quale tutti dobbiamo
sentirci invitati.

Ciascuno è poi chiamato a costruire la pace nel quotidiano, con la certezza che sono le piccole cose a fare la differenza. La lettera suggerisce alcuni atteggiamenti fondamentali: la gratuità che ci fa vedere nell’altro un fratello e non un nemico; la cura reciproca, che disarma ogni desiderio di sopraffazione; l’abbassarsi per rialzare gli altri, che ci rende umani; il servizio, che riduce la violenza. Tra gli atteggiamenti più importanti da coltivare ci sono il perdono, unica arma strategica concessa al credente perché ha il potere di disarmare, e la verità, cioè la capacità di “chiamare le cose con il loro nome: menzogna le bugie; propaganda l’ideologia; violenza la negazione dei diritti. Perché ogni guerra comincia anche così: quando le parole smettono di custodire la vita e diventano armi puntate contro l’umano”.

Perseverare in gesti di pace nelle relazioni quotidiane significa plasmare una pace che va oltre i nostri confini, è plasmare, silenziosamente ma efficacemente, nuovi rapporti tra i popoli e le nazioni. È il lavoro paziente del vasaio che fa ruotare più volte l’anfora tra le dita e, quasi impercettibilmente, ne modella la forma. La pace, in ultima analisi, è dono di Dio, l’unico in grado di modellare i cuori e gli atteggiamenti degli uomini e delle donne. È dono da invocare e da cogliere nella vita di Gesù di Nazareth, venuto a rivelarci il volto del Padre: vasaio per noi e con noi.

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