A Trento la cerimonia in memoria di Giannantonio Manci

Si è tenuta questa mattina alla Galleria dei Partigiani, a Trento, la cerimonia in memoria di Giannantonio Manci, con la deposizione della corona alla targa che ne rievoca il sacrificio, avvenuto il 6 luglio del 1944 per mano della Gestapo. Alla cerimonia hanno partecipato il sindaco di Trento Franco Ianeselli, il presidente dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia del Trentino Mario Cossali, il vicepresidente della Provincia Autonoma di Trento Achille Spinelli, il presidente del Consiglio provinciale Claudio Soini, Filomena Chilà in rappresentanza del Commissario del Governo Isabella Fusiello, il rettore dell’Università di Trento Flavio Deflorian, l’onorevole Sara Ferrari, i rappresentanti dell’Associazione Nazionale Alpini e delle forze dell’ordine.

“L’antifascismo è il fondamento della nostra Repubblica. Eppure oggi ci capita non di rado di imbatterci in un antifascismo banalizzato, ridotto a una caricatura, semplificato e talvolta delegittimato. Questo anniversario serve a tutti noi anche per tornare a leggere gli scritti di Giannantonio Manci e riscoprire cosa sia stato l’ideale antifascista: un pensiero complesso, sfaccettato, che faceva sintesi di esperienze e culture diverse. Un pensiero moderno, capace di tenere insieme l’autonomia dei territori, l’idea di patria e quella di Europa, la giustizia sociale e la libertà. Pensiamo per esempio all’idea di patria, che nel Ventennio era stata “sequestrata” dai fascisti e trasformata da una retorica nazionalista bellicosa verso l’esterno e opprimente all’interno. Ecco, Giannantonio Manci, forte dei suoi ideali mazziniani e risorgimentali, è decisamente patriottico ma, a scanso di equivoci, condanna la patria fascista intesa come “forza e potenza, da contrapporre ai deboli ed agli inermi””, lo ha ricordato Franco Ianeselli. “Manci ci insegna che la patria non è un potere che schiaccia, divide le persone, esclude e ha bisogno di trovare sempre un nuovo nemico per sopravvivere. La patria non è una minaccia contro qualcuno: è il luogo della convivenza, della giustizia e della libertà, è la negazione della violenza e dell’arbitrio. “La patria siamo noi”, dice Manci, e chiunque si riconosca nella democrazia fa parte del ‘noi’”.

In prima fila anche i parenti del partigiano. A loro si è rivolto il presidente dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia Mario Cossali: “Il profilo di Giannantonio Manci è di assoluto rilievo: affonda le radici nella tradizione risorgimentale della sua famiglia e si lega strettamente a Cesare Battisti, raccogliendone il lascito ideale e il concreto impegno di militanza, fino all’esperienza come militare di guerra. Da qui si snoda il percorso che lo conduce all’impresa di Fiume e al suo polimorfico significato, un’esperienza da cui sono emersi numerosi antifascisti: oltre allo stesso Manci, figure come Gigino Battisti, Silvio Bettini di Rovereto e altri. Una compagine di valore, unita da un ideale repubblicano che avrebbe poi teso verso il socialismo. Già nel 1924, a soli tre anni dall’impresa di Fiume, Manci era strettamente sorvegliato dal regime a causa della diffusione di volantini repubblicani a Povo. La lapide apposta dal Comune ne sintetizza mirabilmente il valore: ‘Ribelle a dittatura, sfidò l’invasore, suggellando con la morte la fedeltà ai compagni’. In passato abbiamo già avuto modo di sottolineare la profonda umanità di questa figura nei confronti dei familiari, dei concittadini e di tutti coloro con cui ebbe rapporti. Egli scelse di non abbandonare mai il campo, persino dopo aver accompagnato in salvo la famiglia Battisti in Svizzera. L’eredità di Manci, tuttavia, non si esaurisce nella sola attività militante, ma si completa con una profonda riflessione teorica che, ancora oggi, ci offre preziosi elementi per conciliare le caratteristiche tipiche della storia trentina con il concetto di patria nazionale”.

“Non possono bastare 82 anni per far cadere nell’ oblio una figura della grandezza di Giannantonio Manci perché appartiene alla schiera di uomini e donne che devono continuare a vivere nella memoria delle comunità per portare avanti la loro missione, forse la più importante: essere esempi, punti di riferimento morali per l’oggi e per il futuro. Il sacrificio di Manci, la sua tragica scelta fatta per sottrarsi al rischio di cedere alle torture, ci ricorda qual è stato il prezzo della conquista della nostra democrazia. Un prezzo che in questi nostri tempi sono costretti a pagare altri Manci; uomini e donne che hanno il coraggio di mettere in gioco le loro vite per combattere le molte, troppe, autocrazie e dittature che opprimono i loro popoli. La corona posta oggi in memoria dell’ eroe e martire trentino penso sia giusto dedicarla anche a loro, a chi oggi, come lui 82 anni fa, ha scelto la via del coraggio e del sacrificio per la libertà e per la dignità umana. A chi ha deciso, come si legge sulla lapide dedicata a Manci, di essere “ribelle a dittature”, le parole del presidente del Consiglio provinciale, Claudio Soini.

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