Di passaggio per una visita in Duomo, a Trento, non manco mai di fermarmi presso quello che è per me il “luogo del cuore” della nostra Cattedrale. Avanzando nella navata di destra, mi fermo a un altare a pochi passi dalla Cappella del Santissimo. È l’altare dedicato a Sant’Anna. Non l’ho mai visto illuminato. Sta lì, nella sua dolce intimità, per lo più ignorato da chi è attratto, per interesse turistico o religioso, dallo splendore della Cappella Alberti poco più avanti. Ma da quando l’ho scoperto, molti anni fa, mi concedo sempre una pausa che è ristoro per l’anima.
Nella pala racchiusa dalla cornice architettonica di un bell’altare marmoreo è raffigurata, appunto, Sant’Anna, la madre della Madonna. È seduta, donna forte e serena. Tiene su un ginocchio, rannicchiata come una bimba, sua figlia Maria, il capo e una mano posati sul petto di sua madre, gli occhi chiusi, a concedersi un momento di riposo e di pace di cui tutte le giovani mamme hanno grande bisogno. Sull’altro ginocchio un bambinone che, dopo un po’ che lo tieni in braccio, ti devi sedere perché non ce la fai più. Sarà stato così il divino Bambino? Chissà… Ma la sua nonna non sembra affaticata. Ha forza sufficiente a infondere fiducia alla figlia e amore al Nipote. Guarda lontano davanti a sé. È lo sguardo lungo delle nonne, che sanno andare oltre l’ostacolo, vedere unico e straordinario ogni nipote; che trovano le parole giuste per raggiungere madri stanche, preoccupate, a volte sfiduciate. Perché ci vuole pazienza, tanta. Sapiente attesa. Speranza.
Le sento vicine quelle due donne, amiche. Non c’è omelia, commento esegetico, per lo più elaborato da uomini, che possano trasmettermi quel che provo davanti a quell’immagine. È un insieme di complicità, di immediata intuizione che viene dalla comune esperienza di donna, di madre, di nonna. E tutto nasce dal bambino, perché è la nuova creatura che rende madre, che rende nonna. L’immagine mi sembra un cerchio perfetto di amore familiare, chiuso a custodire il mistero di un’esperienza comune all’umanità e insieme divina. Un cerchio perfetto… Invece no, perché il Bambino rompe quel cerchio. Le mani sono posate sul petto della nonna, ma il viso è proteso in basso, lo sguardo rivolto a uno dei due personaggi posti alla base del quadro, a rappresentarci tutti, aprendo così una via di uscita perché l’amore racchiuso in quel cerchio raggiunga l’umanità. E sarà Amore perfetto, infinito, che varcherà i limiti dello spazio e del tempo e raggiungerà tutti, raggiungerà me.
Ma la sua prima esperienza d’amore avviene dentro il tessuto degli affetti familiari, che con tanta dolcezza sono qui raffigurati. Una nonna, una mamma…e sento, non visibile, ma presente, anche te, Giuseppe, che tanto mi sei caro.
Mi allontano, lasciando nelle loro mani il peso dei miei pensieri, il nome delle persone che amo, il dramma dei nostri giorni, di un’umanità smarrita che chiede pace e pace non ha, simile a “pecore senza pastore”.
Mi accompagna lo sguardo di Sant’Anna: “Ci vuole pazienza, tanta. Sapiente attesa. Speranza”.
Luisa Dorigatti Vian