9 agosto: Domenica XIX – Tempo Ordinario A
Letture: 1Re 19,9a.11-13; Sal 84; Rm 9,1-5; Mt 14,22-33
«Coraggio, sono io, non abbiate paura!» (Mt 14,27).
La liturgia di oggi ci conduce al cuore della nostra fede: dov’è Dio quando la vita è nel turbine della tempesta? Dove cercarlo? La prima lettura insegna a discernere i segni della sua presenza non in manifestazioni di potere — vento impetuoso, terremoto, fuoco — ma nel «sussurro di una brezza leggera» (1 Re 19,12). La seconda lettura dà voce all’angoscia di Paolo per il suo popolo: anche l’amore più fedele conosce il buio del dubbio. Il vangelo, infine, ci chiede di cogliere la presenza di Cristo anche nella sua apparente assenza.
Non è data la ragione dell’azione iniziale di Gesù, che «costringe» i discepoli a prendere la barca e ad allontanarsi verso l’altra riva del lago (v. 22). Il narratore vuole spronare il lettore a prendere le distanze da un portento così eclatante come quello della moltiplicazione dei pani? Oppure vuole spingerlo verso una presa di coscienza più matura dell’identità di Gesù? In ogni caso, il contrasto tra il miracolo appena descritto e la scelta di Gesù di ritirarsi in solitudine per pregare è evidente; a parte il racconto del Getsemani (26,36.42), si tratta dell’unica volta che Matteo presenta Gesù da solo in preghiera. È un contrasto voluto: dallo splendore del prodigio in mezzo alle folle al silenzio della notte, dove i discepoli si ritrovano soli, in balìa del vento contrario e delle onde.
Quella barca sballottata nella notte è l’immagine della comunità dei credenti quando la traversata si fa dura, quando Dio sembra lontano, ritirato sul suo monte, e noi restiamo a remare contro corrente. La Scrittura conosce bene questo linguaggio: il mare, la tempesta, le acque minacciose sono da sempre il luogo in cui l’uomo sperimenta il proprio limite e invoca la salvezza (Es 14-15; Sal 77; Sal 107). Ma proprio su quelle acque, ora, cammina Gesù.
La sua parola è densissima: «Io sono, non abbiate paura» (v. 27). È l’unica volta, nei vangeli sinottici, che risuona quell’«Io sono» che nell’Antico Testamento è il nome stesso di Dio. E l’invito a non temere è lo stesso che risuonerà la mattina di Pasqua (28,5.10). Non è un caso: questo racconto va letto alla luce della risurrezione. Colui che cammina sulle acque è il Vivente che raggiunge i suoi nella notte e li strappa alla paura.
Poi c’è Pietro, e con lui ciascuno di noi. Il suo slancio e il suo affondare raccontano l’esperienza di ogni discepolo: la fede che osa e poi vacilla, lo sguardo che si stacca dal Signore per fissarsi sul vento. Il suo grido, «Signore, salvami!» (v. 30), è l’invocazione nuda della comunità che si sente venir meno e dubita che il Signore sia presente nella storia. È un grido in cui ognuno può riconoscere le proprie paure. E la risposta è immediata: Gesù «stese la mano e lo afferrò» (v. 31). Non lo rimprovera prima di salvarlo; prima lo salva, poi lo interroga sulla sua poca fede.
È importante notare da che cosa Gesù salva. Egli non salverà se stesso quando lo sfideranno sotto la croce, «salva te stesso, se sei Figlio di Dio» (27,40), ma salva l’uomo in pericolo, il discepolo che grida. Ciò che rifiuta per sé lo dona a chi affonda: la sua non è volontà di potenza, è cammino di salvezza.
Per questo, quando la barca approda e il vento cade, tutti si prostrano e lo riconoscono come Figlio di Dio (v. 33). È già la confessione pasquale della Chiesa.
Chiediamoci: nella traversata notturna che sto vivendo, so ancora gridare «Signore, salvami!»? E vedo la sua mano che si tende per afferrarmi?