Un tricolore nel 1959 per gli operai di Marcinelle

Nel 1959 il Coro Dolomiti” visitò il cimitero di Marcinelle, ricordando la tragedia in cui persero la vita 262 operai

La notizia

Ricordi, emozioni e tante lacrime condivise ci riporta il pensiero di Marcinelle: anzi, il suo nome stesso. Il 1 gennaio 1959 il Coro Dolomiti di Trento partì per il Belgio, nella sua prima tournèe, con concerti di grande soddisfazione nei prestigiosi teatri di Bruxelles, Anversa e Liegi. Le emozioni più forti ci giunsero però non dagli impattanti riflettori di scena, ma dal mondo dei minatori del carbone, quando il coro si portò a Marcinelle il 6 gennaio con forti motivazioni per deporre una corona di fiori ai piedi della lapide commemorativa. Lo struggente “Stelutis alpinis” uscì dalle nostra bocche con grande difficoltà perché un nodo in gola ci bloccava la voce. Una commozione condivisa ancora più profonda arrivò però nella modesta, ma ospitale sede dei minatori trentini, una sorta di scantinato, un angusto spazio interrato povero, ma loro. I “nostri” erano i ricchi del cuore. Con il volto segnato dal nero carbone, ma gli occhi lucenti per la nostra inaspettata visita ci accolsero donandoci quello che per noi resta il più originale e prezioso “tricolore”: una rosa un po’ appassita, un verde composto da una foglia di lattuga ed una strisciolina bianca che li teneva uniti e chi ce lo consegnò, quasi balbettando, disse: Grazie, grazie amici e … viva l’Italia”. Ci ricordò poi, un po’ più rasserenato, che da 32 anni che non vedeva la sua famiglia a Darzo. Tentammo di intonare il nostro “Inno al Trentino” ma si arrivò solo alla fine della prima strofa, poi “loro” scoppiarono in un pianto irrefrenabile, mentre noi coristi , partecipando alla commozione, cercavamo di rasserenarli, condividendo con loro questo momento carico di valori straordinari. Così tornammo in Italia arricchiti da un’esperienza rara, che non si limita solo al ricordo e alla memoria, ma diventa impegno d’ amicizia, di solidarietà e condivisione di umanità.
Italo Leveghi

Benché non siano mancate, nel corso delle celebrazioni per i 70 anni della tragedia di Marcinelle, polemiche e strumentalizzazioni di parte, la memoria della sciagura mineraria che alla Bois du Cazier, in Belgio, l’8 agosto 1956 provocò 262 morti fra gli operai di 12 nazionalità, dei quali 136 italiani e fra questi il trentino Primo Leonardelli di Viarago, resta patrimonio comune fra tutti gli italiani, uniti nel dolore, ma anche nella consapevolezza civile. Ne scrisse col dovuto risalto Vita Trentina, non ancora diretta da don Vittorio Cristelli, che proprio in Belgio, da emigrati trentini era nato. Nel dolore per le tante vite troncate e le famiglie spezzate, ma anche nella consapevolezza del contributo che quegli emigrati, martiri del lavoro, portavano non solo alla rinascita economica del paese, ma al suo riscatto morale verso una democrazia di giustizia sociale, come ammonimento a non fare del lavoro uno sfruttamento. Chi allora, ragazzo, sedeva sui banchi delle elementari ricorda come da quel giorno il nome “Marcinelle” divenne una bandiera, un impegno non solo tecnico o politico, ma civile e morale che cresceva dentro, perché tragedie simili non si ripetessero più, ma al tempo stesso perché la nuova realtà europea che muoveva i primi passi attorno alla “Ceca”, la Comunità economica del carbone e dell’acciaio – le fondamentali risorse energetiche allora – crescesse nella pace attorno alle quali si voleva costruire una Comunità europea nella pace, elaborando un sistema di sviluppo più umanistico ed equo rispetto agli indirizzi economicistici del profitto e del mercato, dei padroni e dell’accumulo di ricchezza che troppe pratiche gestionali, ed anche teorie monetarie accademiche, sostenevano. Chi era sui banchi di scuola, in quell’anno, che fu anche quello della rivolta ungherese, maturò su Marcinelle, nelle parole di saggi maestri in classe, ma anche nei discorsi fra compagni alla ricreazione, fra uno scambio di figurine e un tiro di biglie in cortile. Marcinelle interrogava su come bisognasse lavorare una volta divenuti “grandi”. Anche perché erano anni in cui l’emigrazione dal Trentino era intensa e numerose erano le famiglie che avevano avuto, o avevano, esponenti in Belgio, così come la storia di moltissime valli trentine era legata alle attività e alle tradizioni minerarie, fin dagli scavi sul Calisio (i “canopi” alla ricerca dell’argento) e poi gli “omini verdi” immigrati dalla Svevia in Val dei Mocheni e nel Perginese, ma anche, più recenti, le miniere di Calcernica, Darzo e Giustino, per arrivare poi ai grandi lavori idroelettrici, che richiedevano, per le condotte sotterranee, competenze minerarie. Senza dire che le prime ondate di emigrazione trentina in Nord America, Pennsylvania,… furono verso i centri minerari, dove non mancarono immani tragedie, tanto da diventare una delle componenti dell’epopea alpina che forma l’identità trentina che la coralità rappresenta ed esprime: “E la mia mamma sempre me lo diceva/ di star lontano dalla mniniera….”. Anche per questo l’eco di Marcinelle risuona tutt’oggi in ogni valle, non si limita ad essere una memoria passata, come ricorda la bella lettera di Italo Leveghi a Vita Trentina, ma resta una sfida da vincere per la sicurezza e la dignità del lavoro.

La sciagura di Marcinelle fu provocata da un guasto al sistema dell’ascensore che scendeva in galleria fino a 975 metri. Si ruppe un condotto dell’olio che impregnò tutta la conduttura. Si lesionò un filo dell’elettricità e ne nacque una scintilla che divenne ben presto un incendio immane, alimentato dai gas sempre latenti nelle gallerie e dalle impalcature di legno. Ma le miniere restano sempre ad altissimo rischio. Nel solo mese di agosto di quest’anno 2026, si sono registrate due tragedie per crolli e smottamenti in due miniere d’oro, “artigianali” come è stato scritto, nella Repubblica Centrafricana e in Colombia, ciascuna con più di cento morti. La bandiera di Marcinelle onora e piange anche queste vittime.

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