20 settembre · Domenica XXV del Tempo Ordinario – A
Letture: Is 55,6-9; Sal 144; Fil 1,20c-24.27a; Mt 20,1-16
Ci sono domande che non lasciano indifferenti. Quella che chiude la parabola di oggi è una di queste. Per comprenderla davvero, occorre lasciarsi guidare dalle tre letture che la liturgia ci offre, perché la logica di Dio non coincide con la nostra.
Isaia lo afferma con forza: le vie del Signore non sono le nostre vie, il suo pensiero non si lascia rinchiudere nei nostri calcoli. Accoglienza, misericordia, perdono senza condizioni sono il suo modo di guidare l’umanità verso la vita. Paolo vive questa tensione nella sua carne: ha già scelto Cristo, e tuttavia sperimenta la lotta quotidiana di chi vuole appartenere al Vangelo e, allo stesso tempo, portare sulle spalle la fragilità di una comunità che fatica ad abbracciare la logica di Dio.
Matteo descrive una situazione che appartiene profondamente al mio mondo. Qui in Ghana, quando ogni mattina all’alba lascio la mia casa per recarmi al lavoro, vedo lunghe file di uomini e donne in attesa di essere “scelti” per una giornata di lavoro. Con il passare delle ore la speranza si assottiglia, la frustrazione cresce e la disperazione irrompe. È in questa realtà quotidiana che la parabola prende vita.
I vv. 1-7 raccontano una serie di “uscite” del padrone alla ricerca di operai. Nella prima, all’alba, si concorda un salario preciso per l’intera giornata. Nelle successive non viene indicato alcun compenso, se non un generico «vi darò ciò che è giusto». Nell’ultima, poco prima del tramonto, il testo non menziona il salario: si concentra su un dettaglio, qualcuno è ancora in attesa. Non sono pigri, non sono incapaci: sono semplicemente “non scelti”.
I vv. 8-15 presentano il pagamento del salario. Il padrone comincia dagli ultimi, che ricevono un compenso insperato: la somma prevista per un’intera giornata di lavoro. Possiamo immaginare la loro gioia: un giorno salvato, una famiglia che potrà mangiare. Ma quando arrivano i primi, la gioia si rovescia in protesta: ciò che era stato pattuito ora appare ingiusto nel confronto con quanto dato agli ultimi. La loro reazione nasce da una percezione ferita: «noi meritiamo di più». È la logica della proporzionalità, del merito, del confronto.
La risposta del padrone è disarmante. Ricorda la giustizia — ha dato loro il compenso pattuito — ma poi apre uno spazio nuovo: la libertà del dono. Il problema degli operai è la gelosia del proprio privilegio, l’incapacità di accettare che altri possano condividere gli stessi beni. È la tentazione di sempre: rifiutare che qualcuno, percepito come diverso, estraneo, “ultimo”, possa ricevere la stessa misura.
Per la comunità di Matteo, la parabola toccava probabilmente il confronto tra cristiani provenienti dal giudaismo e dal paganesimo. Per noi, forse, riguarda ruoli diversi nella Chiesa, o i fratelli che arrivano da altre terre, altre tradizioni, altre esperienze religiose; oppure coloro che, nella società, sono percepiti come estranei, pericolosi, non meritevoli. Vorremmo applicare limiti, controlli, sanzioni. Ma Dio, ancora una volta, ci scuote: la meritocrazia appartiene alla logica del salario, non a quella dell’amore.
Nel cuore di Colui che ha scelto tutti per pura gratuità non esistono categorie: primi e ultimi, meritevoli e indegni, vicini e lontani. Esiste solo la grazia, che raggiunge ciascuno nel suo tempo. A ognuno è chiesto soltanto di lasciarsi scegliere e di seguire.
Chiediamoci: quale immagine di Dio porto nel cuore? Un Dio che calcola, pesa, confronta… o il Dio che sorprende, che eccede, che dona senza misura?