La notizia
Lunedì mattina, in un’atmosfera di profonda commozione, la cittadinanza di Trento ha fatto ala, dalla caserma della P.S. in via Fratelli Perini a piazza del Duomo, all’imponente corteo funebre che ha accompagnato in cattedrale le due tanto compiante vittime, brigadiere Filippo Foti e agente Edoardo Martini, del criminale attentato terroristico del pomeriggio di sabato scorso alla stazione ferroviaria.
(Vita Trentina n. 39, 5 ottobre 1967)
Se ci sono due uomini, nel Trentino, che vanno fissati nella storia e nell’identità di questa terra, che meritano di essere inseriti, oltre il ricordo, nella galleria di personaggi che l’hanno costruita trasmettendole valori e ruolo, questi sono i due uomini di Polizia Edoardo Martini e Filippo Foti. Guardia scelta il primo, brigadiere il secondo, ma innanzitutto – verrebbe da definirli – cittadini d’ordine e sicurezza, perché animati, al di là del corpo istituzionale di appartenenza, da una profonda consapevolezza e passione civica (come lo era, ed avrebbe dimostrato – pare questo un corretto contesto per farne memoria – il loro superiore e poi vicequestore Salvatore La Rocca, il quale arrestò senza spargimenti di sangue il bandito Mesina e quando si trovava a dover gestire piazze e manifestazioni anche provocatorie, mai dimenticava la misura, sapendo sempre cogliere momenti e dettagli che servissero a disinnescare, in virtù di un superiore valore di convivenza cittadina, violenze e reazioni di rancore).
Foti e Martini sono legati, con il loro eroismo e sacrificio, riconosciuto dalla medaglia d’oro al valor militare, ad una delle stagioni più difficili, ed anche oscure, della storia italiana, non solo locale. L’attentato in cui Foti e Martini persero la vita il 30 settembre 1967, segna e chiude, infatti, la stagione del terrorismo in Alto Adige, iniziata con la “notte dei fuochi” nel 1961 e apre, anticipandola, quella stragista in Italia che vide le bombe a Piazza Fontana, sull’Italicus, alla stazione di Bologna.
Anche a Trento il dramma si verificò alla stazione, in piazza Dante. Qui Foti e Marini, in servizio alla polizia ferroviaria, ebbero la segnalazione anonima che sul treno Alpen Express, proveniente da Innsbruck si trovava una valigia esplosiva. Quando il treno arrivò in stazione, nel primissimo pomeriggio i due poliziotti ispezionarono tutto il convoglio, vagone per vagone, trovando effettivamente una valigia senza proprietario. La presero, scesero dal treno e la portarono lontano dai binari e dalla gente, verso lo scalo merci. Ma quando posero la valigia a terra questa esplose fragorosamente, dilaniandoli. Lo scoppio, fortissimo, si udì in tutta la città e subito si capì che qualcosa di grave era accaduto, che qualcosa di grosso era avvenuto, che non poteva trattarsi “solo” di un incidente come gli scoppi che s’erano sentiti l’anno prima, durante l’alluvione, quando al contatto con l’acqua esplosero i barili di sodio della Sloi. Questa non poteva essere che una bomba, e ben presto, quel pomeriggio, ne giunse la conferma. Il treno era salvo, i viaggiatori incolumi, ma i due uomini che s’erano sacrificati per allontanare la valigia erano finiti dilaniati.
La cittadinanza, gli uomini, le donne di Trento si sentirono direttamente feriti da questo atto terroristico, anche perché sia Foti, nato negli Stati Uniti da famiglia di emigrati calabresi, sia Martini, originario di Vicenza, avevano radicato a Trento le loro famiglie, e ad esse si rivolsero l’affetto, la pietà e la solidarietà della città.
Nessuno rivendicò l’attentato, né mai si seppe chi avesse fatto la telefonata anonima per avvertire della presenza della valigia sul treno Apparve però più che probabile che gli autori appartenessero a gruppi del Bas, il Comitato di liberazione per il Sudtirolo, che propugnava l’annessione della provincia di Bolzano all’Austria e che negli ultimi tempi, avvicinandosi la conclusione dei contatti diplomatici fra Italia e Austria e politici locali che avrebbero portato all’applicazione pacificatrice del Pacchetto, proposto dalla Commissione dei 19 già nel 1961 per superare l’inadeguatezza della Regione e trasferirne le competenze, di fatto, alle due Province di Trento e Bolzano. Non a caso il Bas, negli ultimi tempi, soprattutto dopo il positivo incontro fra l’Obman Magnago e Aldo Moro, aveva esasperato le azioni terroristiche, passando dalle bombe contro i tralicci ad esplosioni che miravano a uccidere. L’incontro fra Magnago e Moro è del 1965, Malga Sasso del 1966 e Cima Vallona, una autentica trappola di morte, del 25 luglio 1967.
È anche vero che negli ultimi tempi gli ambienti del terrorismo sudtirolese erano stati infiltrati da ambienti neonazisti tedeschi come da servizi, spesso “deviati” italiani, portati a un gioco di reciproche provocazioni e strumentalizzazioni. Per questo il quotidiano La Stampa, allora il più autorevole giornale democratico italiano, molto letto anche nel Trentino, poté titolare che la bomba della stazione di Trento aveva origini neonaziste. Per questo negli anni
successivi, riflettendo sul ruolo che non solo in Italia, ma in tutto il mondo (dalla Cia al Mossad, al Kgb) i servizi giocavano nello scuotere situazioni e istituzioni, prese corpo l’ipotesi che la bomba di Trento costituisse una sorta di anello di congiunzione fra il terrorismo in Alto Adige (con il suo triste bilancio di 347 attentati e 18 morti) e quello italiano che di lì a poco si sarebbe aperto.
In questo contesto la bomba mortale della stazione di Trento, a 60 anni dal suo scoppio, scuote ancora la nostra storia e la nostra coscienza, rinnova la pietà per i due uomini dello Stato, della Polizia, eroicamente morti per salvare una città e un intero treno, ma al tempo stesso ammonisce che i problemi dei rapporti fra le minoranze non sono mai risolti, che la pacificazione nelle comunità non può mai essere data per scontata, che il terrorismo incrudelisce sempre quando le prospettive di pacificazione si avvicinano e che, di fronte alle sue intimidazioni non bisogna mai cadere ne lprecipizio senza fondo della rappresaglia. Allora, le forze politiche sia trentine che sudtirolesi, con quelle di Roma e di Vienna seppero reagire con intelligente sagacia. Non caddero nel trabocchetto.
Gli incontri di pacificazione continuarono, con i leader, da Magnago a Kessler, da Moro ad Andreotti a Klaus che ci misero personalmente la faccia e non guardarono ai sondaggi populistici, ma al bene delle popolazioni.
Di fronte ai nuovi venti di instabilità, guerre e divisioni che investono il mondo e scuotono anche l’Autonomia, accanto alla pietà per le vittime e le loro famiglie è questo il messaggio che la tragedia di Foti e Martini lascia al Trentino.