Ma la Calabria non è la Sassonia-Anhalt

Adesso diventa disponibile l’ennesimo test sulle inclinazioni dell’elettorato: quello delle suppletive di Reggio Calabria, rese interessanti dal fatto che si presentava un candidato per il partito di Vannacci. Ma il test non ha dato alcun esito che si possa trasportare a livello nazionale. Da un certo punto di vista si sapeva: troppo piccola la regione, troppo particolare una elezione suppletiva per coprire un posto alla Camera che durerà al massimo un anno. Però c’era la novità dell’esordio in una contesa elettorale di un candidato espresso dal partito di Vannacci, con l’ex generale che si era buttato a pronosticare che la Calabria sarebbe stata per “Futuro Nazionale” come la Sassonia per la AfD.

In realtà il test non è funzionato se non in maniera molto, molto relativa. Innanzitutto la partecipazione al voto è stata bassissima: solo il 22,34% degli elettori. Per quel che conta data la natura anomala di una suppletiva, un segnale che la mobilitazione dei votanti è difficile da ottenere: non si va oltre i gruppi organizzati dei fedeli dei vari candidati. Il vincitore col 51% dei consensi è Fabio Roscioli, di Forza Italia. Si pensava che gli avrebbe nociuto pesantemente l’essere un esterno, in quanto di fatto romano, messo lì sembra solo perché avvocato della famiglia Berlusconi. In realtà gli è bastato il sostegno dei potentati locali, anche questi di FI, dal presidente della regione Occhiuto al sindaco di Reggio Calabria per raccogliere sostanzialmente la metà dei voti espressi. A conferma che con bassa affluenza ai seggi a contare sono le lobby. Si dirà che è tipico del Meridione, ma non saremmo sicuri che nel Settentrione sia poi ovunque tanto diverso.

Il secondo posto è toccato al candidato del campo largo, unito in formato maxi perché la battaglia era tanto persa in partenza che non avrebbe avuto senso dividersi. Anche qui il personaggio è un notabile locale, il medico Frank Benedetto che già è capogruppo dell’opposizione al comune di Reggio Calabria. Ha comunque raccolto un 36,6% di consensi, cifra più che onorevole in una regione che è storicamente un feudo delle destre. Anche qui però c’è la conferma che i ruoli rimangono fissi e che la distribuzione dei consensi non può sfruttare né la denuncia di avere un parlamentare berlusconiano, né lo sbandierato allarme di dover fare un fronte antifascista di fronte al candidato vannacciano. Forse ci si potrebbe chiedere se in questo caso tanto una parte degli elettori che hanno votato, quanto una parte di quelli che sono stati a casa non abbiano pensato che a fermare l’avanzata delle truppe dell’ex generale sarebbero bastati i consensi a Forza Italia, in questo caso alla testa del destra-centro (Meloni si è congratulata con Roscioli, Salvini è stato più sfumato).

Veniamo così al caso di Futuro Nazionale. È banale scrivere che non c’è stato nessun effetto Sassonia: il candidato non ha poi superato di molto il range delle percentuali che i sondaggi assegnano al partito nazionale. Eppure il contesto geografico poteva essere favorevole per qualcosa in più. Reggio Calabria era stata nel 1970 la città della rivolta popolare contro l’assegnazione del capoluogo regionale ad altra sede: al grido di “boia a chi molla” otto mesi di semi insurrezione ampiamente gestita dal MSI. Certo da quel momento è passato mezzo secolo, ma Vannacci e i suoi pensavano di poter contare su certe tradizioni.

Così non è andata. Il candidato Domenico Giannetto col 10,9% dei voti non ha avuto una affermazione realmente significativa, soprattutto se si tiene conto che si trattava di un politico di Forza Italia che aveva abbandonato il suo partito per convertirsi a Vannacci, dunque non proprio una espressione palmare della nuova ideologia “futurista”, ma un frutto del notabilato politico locale (alle elezioni locali aveva raccolto 11mila preferenze presentandosi con FI). Se sono credibili certe stime, avrebbe aggiunto ai voti “suoi” un modesto 4%.

C’era un quarto candidato, Francesco Toscano di “Democrazia sovrana e popolare”, che però era chiaramente esponente di una minoranza protestataria rimasta confinata nel 1,4% dei suffragi.

In definitiva che insegnamento possono trarre i partiti da questa vicenda? Potrebbe valere per tutti che se davvero non si riuscirà, non sapremmo però in che modo, a portare alle urne una ampia quota dell’elettorato coinvolgendo anche l’astensionismo la situazione rimarrà intrappolata in una duplice vischiosità che rende difficile qualsiasi redistribuzione dei consensi: la prima sono i radicamenti locali dei partiti, la seconda è la distribuzione dei ruoli determinata dai gruppi dirigenti nazionali.

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