Politica nell’incertezza e partiti in confusione

Per i partiti italiani è il momento dell’incertezza. Vale più o meno per tutti, mentre si ragiona (si fa per dire) sul prossimo appuntamento elettorale che non si sa ancora se sarà nella prossima primavera, come sembrava certo fino a qualche settimana fa, o alla scadenza naturale della legislatura in autunno. Come sempre accade nei momenti d’incertezza ogni evento di qualche rilievo è fonte di ulteriori tensioni. Così sta avvenendo per i risultati delle elezioni nel Land Sassonia-Anhalt (si veda a pagina 17, ndr), risultati che hanno generato reazioni diverse perché si sono lette come sintomo di un’onda nera di estrema destra che sconvolgerà anche i nostri equilibri. Non è detto che sia così, le peculiarità di quel contesto non hanno riscontro nelle nostre realtà, se non per il fatto che ci sono anche da noi inquietudini che alimentano i miti di diverse “spallate” da dare al sistema vigente (ma non solo dall’estrema destra, anche dall’estrema sinistra).

Le due coalizioni che sembravano avere il dominio assoluto della lotta elettorale sono entrambe piuttosto acciaccate. Giorgia Meloni non ha più il controllo assoluto del suo blocco, come si vede dalla gestione della defatigante controversia sulla riforma elettorale. Il suo partito, che pure ha un insediamento di gran lunga superiore a quello degli alleati, deve accettare le richieste piuttosto egoiste di Lega e FI: così la proposta di introdurre le preferenze si è risolta in una concessione annacquata, perché i due partiti hanno bisogno di tenerne fuori i capolista (ma questo in fondo non dispiace anche a FdI), così dell’introduzione di un ballottaggio fra le due coalizioni nel caso nessuna raggiunga la fatidica soglia per avere il premio di maggioranza non si parla più.

Soprattutto però per tutti i membri della coalizione c’è il via libera all’utilizzo delle varie demagogie. Una china scivolosa che spingerà tutta la destra-centro a rincorrere gli slogan beceri e senza contenuto che propone “Futuro Nazionale” di Vannacci. Accentuerà questa inclinazione la crisi della Lega dove la tenuta della leadership di Salvini sembra al capolinea, cosa che spingerà l’ex “capitano” a scimmiottare ancora di più, per mantenersi in sella, le intemerate stile AfD.

La coalizione delle opposizioni da parte sua è altrettanto in confusione. Unita solo su alcuni slogan che però non si vede come si trasformeranno in politiche con risultati (lotta ai bassi salari, incremento della spesa per la sanità e la scuola, ecc.), non riesce a trovare un disegno comune su questioni nodali: nella crisi delle relazioni internazionali il pacifismo utopistico spacca i partiti anche trasversalmente, la questione della difesa europea è uno slogan al momento con scarse prospettive, la posizione da tenere sulla questione ucraina, così come su quella mediorientale è più che confusa, altrettanto si dica per il rapporto con l’imperialismo russo e con le attuali follie della politica americana.

Il dibattito interno al fu campo largo, oggi alla ricerca di una nuova etichetta condivisa, è tutto incentrato su chi deve fare il candidato premier alle prossime elezioni. Conte si muove con grande spregiudicatezza (ma, va riconosciuto, anche con qualche abilità tattica), Schlein è illusa che le convenga tenere un profilo relativamente basso considerandosi il candidato più forte, per cui pensa le convenga giocare la parte del politico che non ha bisogno di agitarsi. In compenso si agitano molti personaggi vogliosi di essere lo sponsor del vincitore: personalità di vero spessore fra questi non ne vediamo, piuttosto un rincorrersi di tatticismi in cui ognuno si ritiene più furbo del suo avversario.

Sarebbe urgente che si chiudesse almeno la questione sul che fare con l’ipotesi della cosiddetta gamba centrista, essenziale per estendere il consenso oltre il recinto delle varie formazioni di pasdaran dei candidati di sinistra, visto che da sole queste è più che dubbio possano portare al successo la coalizione a tre fra PD, M5S, AVS (ammesso e non concesso che reggano lo stress della attuale rincorsa a superarsi in proposte confuse). È strano che non ci si renda conto che una buona e credibile rappresentanza del riformismo moderato non solo aumenterebbe le possibilità di vittoria del centrosinistra, ma creerebbe non pochi problemi al destra-centro costretto a fare qualcosa per non essere espunto dall’area della pubblica opinione che non ne può più di una politica radicalizzata senza senso. E sarebbe un problema non facilmente gestibile dalla leadership di Giorgia Meloni.

vitaTrentina

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