Più di un italiano su due si colloca oggi sotto il ceto medio e per ogni persona che sale nella scala sociale più di tre scendono. È uno dei dati presentati nel corso di “Destino povertà. Quando la vulnerabilità diventa la condizione strutturale della società”, quarta edizione degli Stati Generali del Welfare, evento promosso da Consolida, CNCA Trentino-Alto Adige, Cooperazione Trentina, CSV Trentino, Giovani Cooperazione Trentina e BIC del sociale, in collaborazione con la Consulta provinciale delle Politiche sociali.
Gli Stati Generali del Welfare quest’anno non terminano in una sola giornata. “Siamo giunti alla quarta edizione di questo evento – ha precisato la presidente di Consolida Francesca Gennai – e ci rendiamo conto che serve fare di più. Per questo abbiamo deciso di proseguire la riflessione avviata oggi con tre cantieri di lavoro. Il focus sarà la povertà e la declineremo in tre filoni: solitudine e mondo dell’educazione, consumi e povertà energetica, e lavoro e casa. Perché per fare politica servono proposte concrete”.
L’evento, ospitato sabato 3 ottobre ai Magazzini della cooperativa sociale Il Gabbiano, fa parte della 12ªesima Settimana dell’Accoglienza, dedicata al tema delle sicurezze e del vivere la comunità. “In più occasioni – ha raccontato aprendo i lavori Claudio Bassetti, presidente del CNCA Trentino-Alto Adige – è emerso l’aumento della povertà e delle disuguaglianze nella nostra società. In Trentino, sono circa 50mila le persone a rischio di povertà (8,9%). Sono 40mila i lavoratori che sperimentano sulla loro pelle il lavoro povero, cioè non riescono a mantenersi nonostante abbiano un impiego. Circa 8mila bambine e bambini trentini sono poveri. L’ascensore sociale è praticamente fermo: se nasci in una famiglia povera probabilmente resterai povero. Il tutto in un contesto che considera la povertà una colpa e il welfare un privilegio”.
Enzo Risso, direttore scientifico di Ipsos Doxa, ha presentato i risultati dell’indagine FragilItalia 2026, condotta a fine settembre su un campione di 800 italiani. Il quadro è quello di un declassamento diventato maggioranza: il 54% degli intervistati si colloca sotto il ceto medio, tra un 34% di “ceto medio in caduta”, un 16% di ceto fragile e un 4% di lower class.
Negli ultimi anni, il 25% è sceso nella scala sociale, il 68% è rimasto fermo e appena il 7% ha migliorato la propria posizione. Il 68% si sente economicamente più fragile rispetto a cinque anni fa. Nel 2003, il 70% degli italiani si collocava nel ceto medio. Oggi, quella percentuale è scesa al 37%.
“A fronte di un 7% di italiani che, negli ultimi anni ha migliorato la propria condizione economica – ha spiegato Risso, – il 25% invece l’ha peggiorata: per ogni persona che sale, tre scendono. L’ascensore sociale sale solo per chi sta già bene, per tutti gli altri può solo scendere. E questo è un dato ereditario”.
La pressione economica entra nella vita quotidiana: un italiano su quattro (39%) considera il proprio stipendio insufficiente rispetto al costo della vita e il 25% fatica ad arrivare a fine mese. Le rinunce procedono per gradi e ognuno affronta la situazione in modo diverso, considerando che certe rinunce impattano su status, su fiducia in se stessi. Così, il 48% taglia vacanze e tempo libero, il 29% rinvia la manutenzione di casa o auto, il 22% riduce l’acquisto di vestiti e calzature necessari e l’8% interviene perfino sugli alimenti.
Quali sono i possibili interventi per invertire questo trend? Secondo Risso, questa situazione è generata dalla corsa folle al profitto che caratterizza l’attuale modello produttivo. Quindi, abbiamo bisogno innanzitutto di riequilibrare il modello produttivo, “con politiche che incentivano, aiutano, ampliano, sostengono il mondo cooperativo e il Terzo settore”.
“Siamo alle soglie di una rivoluzione industriale – ha continuato Risso. – Da qui a cinque anni, gli studi meno pessimistici ipotizzano oltre 5 milioni di disoccupati in Europa. Le opzioni che abbiamo a questo punto sono due: sfruttare l’IA come uno strumento per aumentare i profitti o usarla per migliorare il benessere lavorativo. E qui entra l’importanza del modello cooperativo, l’unico modello imprenditoriale che può gestire l’innovazione orientata al benessere della persona”. A questo, ha concluso, si aggiunge la necessità di andare verso un welfare più comunitario, che punta a costruire connessioni, e coltivare una maggiore partecipazione democratica dei cittadini.