Si pensa che i tormenti della politica siano l’approvazione della legge elettorale ed i possibili ricorsi contro di essa davanti alla Consulta, lo strano duello per la candidatura a premier fra Schlein e Conte con il contorno di manovratori vari, l’ascesa forse in crisi di Vannacci e dell’estrema destra. Fatti da non sottovalutare, ma esasperati dal teatrino della politica che invece si disinteressa dei problemi profondi che il Paese sta affrontando e che dovrà affrontare.
L’economia pone interrogativi non da poco, come fa intendere, sia pure in modo un po’ contorto, il ministro Giorgetti. Se ci sono indicatori che non vanno male, c’è anche un contesto poco favorevole. L’inflazione sta rialzando la testa, complice la crisi dei rifornimenti energetici ma non solo. Non è un dato banale in un quadro di retribuzioni ferme, con minimi rialzi (qualche volta) che vengono assorbiti dall’aumento dei prezzi. La stagione del benessere diffuso sta tramontando, il ceto medio si vede costretto a fare i conti con una erosione sempre più sensibile delle sue capacità di spesa (e non parliamo di quelle di risparmio). In un contesto di difficoltà diffuse a livello internazionale (economie in crisi in Germania e Francia, tensioni nell’economia USA, concorrenza pesante dell’export cinese) non c’è da stare allegri.
I nostri conti pubblici non hanno spazio di espansione: finita ormai la stagione del PNRR (sui cui risultati si attende ancora una valutazione complessiva), ancora alle prese con il giudizio europeo sul nostro bilancio che non riesce ad uscire del tutto dalla procedura di inflazione, obbligati a fronteggiare in qualche modo le varie emergenze che si susseguono, davvero non sembra esserci campo per gli interventi di riequilibrio che pure più o meno tutte le forze politiche reclamano. Si dovrebbero riprendere seriamente quei progetti di revisione della spesa pubblica che si sono tentati più volte con scarsi risultati e che sono poi stati abbandonati tanto che nessuno ne parla più. In tempi di elezioni imminenti e di alta mobilità del voto è facile capire il perché: razionalizzare la spesa pubblica vuol dire toccare una palude di privilegi piccoli, medi e grandi e dunque alienarsi quote di elettorato.
Si tenga anche conto che quanto sarebbe già difficile fare per i nostri equilibri interni già piuttosto scossi, diventa ancor più problematico a fronte di quel che si sta muovendo sul piano internazionale. Anche mettendo da parte per un attimo le due incognite pericolose di quel che avverrà fra ottobre e inizio novembre con le elezioni politiche in Israele e quelle di midterm negli Usa, c’è la questione di quel che potrà avvenire nell’Unione Europea. Se infatti in Spagna, Francia e Polonia si avesse la possibile, per alcuni assai probabile vittoria delle destre salterebbe l’equilibrio che tiene al potere la Commissione guidata da von der Leyen. E il quadro sarebbe aggravato da un esito confuso delle prossime elezioni in Italia, dove, anche a prescindere da chi vincerà, è possibile comunque uno sconvolgimento della geografia dei partiti. Aggiungiamoci l’incertezza nel confrontarsi con la politica espansionistico-imperiale della Russia. Un tema che va oltre la spinosa questione ucraina, perché ormai ci sono segnali abbastanza consolidati che Putin intende sfidare la presenza dell’Europa come attore capace di un ruolo nel nuovo assetto dei poteri mondiali che lui ha in mente.
È in questo quadro che si deve affrontare il tema della tenuta del nostro sistema sociale, economico, culturale. I partiti sembrano assai lontani dal cogliere la complessità del momento storico e di conseguenza si impegnano solo a scaldare gli animi dei propri fan senza farsi carico della maturazione di una opinione pubblica consapevole delle asperità con cui dovremo, ci piaccia o meno, fare i conti.
A nostro modestissimo parere dovrebbe essere abbastanza evidente che in condizioni del genere il primo bene da difendere è l’equilibrio sociale che attualmente è più che in crisi. Bisogna consolidare per tutto quel che è possibile la tenuta delle reti sociali, la capacità dell’economia di sostenere a livelli almeno decorosi il reddito della generalità dei cittadini, la soddisfazione reale e non puramente teorica dei principali bisogni. Un impegno che richiede applicazione convinta e responsabile delle classi dirigenti e non fughe nelle utopie, demagogie, populismi e altra merce del genere.