C’è un prima e un dopo la tragedia del Vajont che è ben illustrato dalle immagini che Vita Trentina pubblicò nel numero di giovedì 17 ottobre 1963. Era il 9 ottobre di quell’anno quando un costone del monte “Toc” franò nel lago artificiale dell’alta valle del Piave, a 20 chilometri da Belluno, a monte della diga costruita dalla Società Adriatica di Elettricità. Una “arditissima” diga, la definisce l’articolo del nostro settimanale che riassume la cronaca della tragedia, l’intervento dei soccorsi e le dichiarazioni di cordoglio che si susseguirono, accennando anche all’apertura dell’inchiesta che fu incaricata di fare luce sulle responsabilità dell’accaduto.
“Di fronte a noi – riferì un cronista che si trovava su un piccolo poggio – è come un vasto anfiteatro brullo e piatto“. “Di salme – riferiva invece il vescovo ausiliare di Venezia, monsignor Olivotti, accorso sul luogo della tragedia – ne ho viste a centinaia, trasportate dalla corrente o abbandonate in mezzo a detriti di ogni genere dall’acqua”.
Dopo la visita del presidente del Consiglio Leone, venne convocata una riunione del Consiglio comunale di Longarone, del quale rimanevano solo sette componenti e il vicesindaco: gli altri otto erano morti insieme al sindaco. “Non dimenticherò lo spettacolo di quel Consiglio comunale dimezzato dalla sciagura – scrisse un giornalista che vi partecipò -, le parole di quegli uomini che mi giungevano all’orecchio spente, come se provenissero da una lontananza infinita ed espandessero sofferenza, quasi sentissero lo sforzo per valicare lo spazio lasciato dalla morte”.