Simone Gislimberti e Chiara Cattani hanno appena terminato la loro tappa giornaliera sulle montagne del Caucaso, in Georgia: nulla di agonistico, la bici per loro è un mezzo di trasporto, uno strumento di connessione con l’ambiente e le persone circostanti o, al limite, due ruote e un telaio da spingere in avanti sotto le intemperie. La coppia – nati a Trento nel 1999 – è spinta da un lucido entusiasmo, figlio della consapevolezza dell’impresa che stanno vivendo. Nella nostra chiamata le due voci si intrecciano all’unisono lasciando trapelare uno spirito di coesione che va oltre alle diatribe del quotidiano su che strada prendere. La strada, in ogni caso, è lunga e terminerà sulle ciclabili di Trento.
Simone e Chiara ormai è da un paio d’anni che pedalano e quando trovano wi-fi aggiornano il loro account Instagram: i “Cyclo.patici”. Sono partiti con due biciclette da 100 euro comprate in Vietnam; scaldata la gamba, si sono trasferiti in Tasmania (l’isola a sud dell’Australia) per lavorare e mettere da parte i soldi per il viaggio e per due bici più adatte. È da lì che si sono rimessi in strada nel giugno 2025, per poi volare a Singapore e risalire la Malesia, la Thailandia e il Laos. Di soldi, a dire il vero, non ne spendono molti; se la cavano con 9 euro al giorno di media, mangiano tante mele – “masa”, precisa Simone – e per strada la gente gli ha offerto energy drink, cibo, ospitalità, ma anche una dozzina di angurie, cui hanno dovuto rinunciare. Per lo più dormono in tenda, e il massimo del lusso per loro è un fuoco sotto le stelle. In Sud Est Asiatico hanno beneficiato di forme genuine di ospitalità, sperimentando per oltre 30 notti l’accoglienza nei templi buddhisti. In Cina, invece, l’ospitalità la hanno ricevuta per tre notti dalle caserme della polizia, a dimostrazione che il passaporto italiano apre le porte al mondo.

Circa 1375 le ore in sella finora, mentre il totale dei chilometri corre verso i 20mila, di cui una cinquantina percorsi su strada ciclabile, raccontano quasi scherzando. I Paesi più amichevoli verso le bici, dove le bici sono parte della cultura locale, sono stati la Cina e la Thailandia, e, assieme alla Malesia e all’Afghanistan, si sono dimostrati anche i popoli più ospitali nei loro confronti.
Da qualche giorno la nebbia li accompagna lungo le salite del Caucaso e i due faticano a mandare avanti le cargo-bike da una quarantina di chili l’una: durante la primavera-estate hanno attraversato – andando a ritroso – Armenia, Uzbekistan, Afghanistan, Tajikistan, Kyrgyzstan e Cina, ed ora, alle porte dell’Europa, il clima e le persone si raffreddano, come hanno già potuto notare.
Le montagne hanno entrambi imparato a frequentarle sin bambini, ma ora si tratta di affrontarle con le gambe e con la testa: 176mila i metri di dislivello totale che hanno salito e sceso negli ultimi anni, forando una sola camera d’aria dalla Thailandia alla Georgia, ma cambiando 4 catene a testa e 12 pastiglie dei freni. Le basi della meccanica sono essenziali per i viaggi come il loro.
Nei tre mesi trascorsi in Cina hanno sperimentato una tempesta di sabbia, hanno toccato i 4815 metri del passo tibetano dello Haxiushan e accarezzato la temperatura minima di -14; tra l’Afghanistan e il Tajikistan hanno invece sperimentato i 53 gradi di temperatura massima. I due hanno anche imparato a districarsi con le faccende legali legate ad un mondo dove i visti sono necessari, i confini esistono e sono più che mai presidiati. In Afghanistan – dove è bastato loro pagare alla frontiera il visto di 80 dollari – hanno pedalato tra paesaggi unici e talebani accoglienti, seppure con il mitra in mano; hanno preso diversi accorgimenti culturali e Chiara, nello specifico, ha vestito gli abiti tradizionali maschili, dato che l’abito tradizionale femminile non conciliava la pedalata.

149, provenienti da 27 Paesi diversi, sono stati i viaggiatori su due ruote incontrati finora lungo il loro percorso, tanti dei quali tra Malesia e Thailandia e soprattutto lungo l’iconica Pamir Road in Tajikistan, dove il cicloturismo sta prendendo maggiormente piede. Chiara e Simone fanno parte di una comunità, un gruppo Facebook o una “setta” di cicloturisti che racchiude duemila persone, le quali si scambiano consigli, informazioni e se la litigano tra di loro, a conferma di come i social media siano sì aggregativi, ma soprattutto divisivi: per i due trentini, le litigate “su chi viaggia meglio” sono una forma di intrattenimento, ma anche la consapevolezza di come la società attorno a loro stia diventando ultra-performativa. È forse anche per questo che preferiscono concentrarsi sul quotidiano, sui paesaggi che attraversano, sui bambini che gli corrono dietro o sui cani randagi che li inseguono e che li costringono a pedalare più forte.
Ora in vista dell’inverno, devono “affrettarsi” a tagliare la Turchia e a raggiungere le isole dell’Egeo. Dalla Grecia contano poi di risalire in Albania ed imbarcarsi verso le coste nostrane, per poi spendere gli ultimi risparmi in cibo nel Sud Italia e recuperare il conto delle pizze mangiate, per ora fermo a dieci in due anni. La parola gratitudine, durante la nostra telefonata rimane nell’aria nonostante le interruzioni della linea, l’impresa in corso è frutto della fatica, ma soprattutto è un conglomerato di incontri, sorrisi, rituali e momenti: umanità.
Per la prossima primavera-estate contano di rientrare sulle strade dove hanno imparato ad andare in bici, mancano 5000 chilometri e nella testa inizia già a frullare un progetto su come restituire il “karma di viaggio” di cui hanno beneficiato. Simone, in particolare, non cerca un lavoro, cerca una passione e il suo nuovo progetto sarò quello di aprire un agri-campeggio per accogliere viaggiatori e ricambiare tutta l’ospitalità ricevuta.