Poveri partiti, stretti nella morsa dei populismi

La prima pagina del quotidiano “La Repubblica” del 27 ottobre

Più ci si addentra nella campagna elettorale nonostante non si sappia ancora quanto durerà (le ipotesi sulla data per le urne variano tra giugno e ottobre 2027), più cresce il tasso di populismo presente nei partiti. Non è un bel segnale in un momento in cui ci sarebbe bisogno di raffreddare la temperatura del dibattito pubblico se si vuole affrontare seriamente un tornante che si presenta piuttosto irto di difficoltà.

Le due componenti che alimentano le retoriche dei partiti sono la politica estera, se vogliamo usare questo termine eccessivo per schermaglie verbali su avvenimenti internazionali, e la questione sociale, che invece è una faccenda molto seria. Sul primo fronte i partiti si sforzano di cavalcare passioni che in realtà coinvolgono strati piuttosto limitati della popolazione, sul secondo quel che si cerca di sfruttare sono i timori, quando non proprio le angosce, che attraversano un’opinione pubblica che è sempre più pessimista sul proprio futuro.

La politica estera è giocata nei termini, per la verità niente affatto nuovi, del facile moralismo (dobbiamo stare con i buoni contro i cattivi) e del vecchio sacro egoismo (noi non vogliamo essere coinvolti nelle guerre altrui e assumerci rischi).

Schematicamente verrebbe da scrivere che il primo versante è quello delle sinistre, il secondo è quello delle destre, ma non è così semplice. Se gli entusiasmi per una questione palestinese letta piuttosto fuori della storia e della realtà sono presenti in quel che resta di una cultura utopistica della sinistra, incline al massimalismo e alle guerre di religione fra giusti e reprobi, quello che abbiamo chiamato sacro egoismo è un fenomeno più trasversale. La questione dell’atteggiamento verso la questione dell’Ucraina è rivelatrice.

Con qualche modesta sfumatura unisce sia la Lega salviniana che i Cinque Stelle di Conte e la sinistra più radicale di AVS e di parte del PD.

Rifugiandosi dietro l’ipocrisia di essere a favore dei negoziati, quando si sa bene che la Russia non li vuole a meno che non contemplino la resa di Kiev, rifiutando di prendere in considerazione la condotta barbarica della guerra da parte di Putin, si propone di fatto di tenere l’Italia fuori del conflitto che in misura diversa pesa sul futuro dell’Europa e quindi anche sul nostro.

Serve a conquistare voti come pensa Salvini? C’è da dubitarne, perché il coinvolgimento della nostra opinione pubblica sui grandi temi di politica internazionale è sempre stato piuttosto modesto: bene finché si tratta di qualche impennata retorica, ma poi tutto si ferma lì.
Il peso della questione sociale è molto maggiore, ma si presta meno di quel che pensano i propagandisti politici alle impennate retoriche.

Denunciare le diseguaglianze crescenti, la crisi dei ceti medi e popolari in termini di accesso al benessere tradizionale, le disfunzioni delle politiche dei servizi pubblici (sanità, istruzione, previdenza, ecc.) trova subito consenso perché descrive una situazione che è sotto gli occhi di tutti. Anche i ceti che risentono meno di queste difficoltà, o che addirittura hanno migliorato le proprie posizioni si rendono conto che la situazione sta diventando sempre più difficile da gestire.

Il problema per la politica è come gestire un’uscita da questa situazione inaccettabile.

Qui ovviamente le difficoltà sono maggiori per il governo che ha in mano qualche leva di intervento (seppur meno di quel che si creda) rispetto all’opposizione che può per ora fare promesse senza dover essere chiamata a validarle nella pratica. Il fatto è che la gente comincia a pensare che nessun partito abbia veramente un progetto verificato e credibile per superare una crisi che, fra il resto, è più subdola e strisciante che palesemente drammatica. Questo porta ad un duplice fenomeno. Da un lato aumenta la sfiducia nella politica come strumento di governo delle difficoltà con la conseguente delegittimazione di ogni partecipazione alla vita pubblica (a partire dall’esercizio del voto). Dall’altro lato incita in questo contesto a far sì che le richieste siano sempre più settoriali, corporative (perfino micro-corporative), legate ad interessi lobbistici e localistici.

Si va così verso uno sfrangiamento della democrazia dei partiti, con le forze politiche arroccate ciascuna in lotte di fazione interne e compulsivamente concentrate sul tenere alta la temperatura del dibattito pubblico evitando così di misurarsi con la ricerca di soluzioni praticabili, e dunque bisognose di tempi di attuazione, per una crisi sociale che si va saldando con l’altra crisi degli equilibri internazionali

vitaTrentina

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