Le amministrative confermano la mobilità dell’elettorato e l’astensionismo

Il copione è sempre lo stesso ad ogni tornata di elezioni amministrative. Tutti a sottolineare che in fondo a dominare sono state logiche locali, ma ogni leader di partito a dire poi che dove eventualmente la sua componente ha vinto c’è un significato nazionale che prelude a futuri sviluppi alle prossime elezioni politiche.

Se vogliamo prescindere da questi riti poco significativi, si può osservare che l’andamento della prova alle urne di domenica e lunedì scorsi ha confermato un quadro in cui c’è molta mobilità, un cospicuo astensionismo e una dinamica nei partiti che mescola discorsi di prospettive ideologiche generali (e vaghe) con il peso di realtà locali che sono piuttosto diverse fra loro, ma che, almeno per i centri più rilevanti, sono molto legate a dinamiche di territorio.

Questo, lo anticipiamo subito, ci fornisce un quadro in cui la geografia delle forze politiche è ancora in fase di assestamento.

Certo non si è assistito né al ben servito alla coalizione di destra-centro al governo, come il campo largo si aspettava sulla base di una fantasiosa lettura dei risultati del referendum sulla riforma Nordio, né abbiamo visto una conferma della tenuta elettorale di quella formazione: l’impressione, ma con un quadro come quello di una tornata amministrativa ampia, ma frammentata sul territorio è difficile spingersi più in là, è di essere di fronte ad un bipolarismo le cui componenti più o meno si equivalgono e sono soggette al vento degli spostamenti di umori (o di connessioni corporative) per vedere chi potrà prevalere.

In definitiva, se una prospettiva si è rafforzata è quella di andare avanti per le prossime elezioni nazionali sicuramente con la prospettiva di un impianto proporzionalistico del sistema, e in maniera più incerta con quella di una legge che preveda un premio di maggioranza per la coalizione vincente (siccome così si avvantaggia il partito più forte di ciascuna, i partiti minori non lo vorrebbero).

Ci sono indicazioni da questa tornata elettorale che i partiti potrebbero anche cogliere, ma non sarà semplice, perché terremota i loro equilibri interni. Innanzitutto ci sono le indicazioni per la necessità di puntare su candidati ben radicati sul territorio, ma anche in grado di collocarsi fuori delle rigidità dei molti ideologismi di moda.

Il caso di Venezia è emblematico. Il centrodestra ha accettato di puntare su un candidato che non rappresenta affatto né la tipologia della destra arrembante, né quella del leghismo populista di Salvini. Così ha vinto al primo turno e la lista civica del candidato sindaco è stata centrale perché ha raccolto il 30% dei suffragi (la Lega, per dire, è al 4,5%).

Il campo largo ha puntato su un politico di professione (da cinque legislature in parlamento), incapace di suscitare un minimo di entusiasmo, e infatti ha perso sonoramente.

Qualcosa di simile, pur con tutte le differenze facilmente immaginabili, si è avuto in altri contesti sia da parte di candidature del centrodestra che di centrosinistra. Ne terranno conto i caminetti dei partiti che ormai fanno e disfano? Ne dubitiamo, perché dovrebbero ridimensionare gli appetiti dei loro membri che, non lo si dimentichi, per gran parte sono formati da uomini di apparato.

Del resto non occorrerà aspettare molto per verificare. Nella prossima primavera ci saranno elezioni per i sindaci di città importanti, Milano, Roma, Torino, Bologna, Napoli, e vedremo se in questi casi il campo largo al potere in quelle sedi e il centrodestra che punta a conquistarle sapranno imparare la lezione che non privilegia i politici di professione, ma che al contempo chiede personalità capaci di parlare alle molteplici articolazioni profonde di territori sempre più attraversati da faglie e tensioni.

Al momento, però, la politica sembra molto concentrata su quello che immagina come il grande duello delle elezioni nazionali (che non si sa più se saranno il prossimo autunno o se verranno anticipate).

Nei circoli della politica politicante si dice che nei segreti circoli, su un fronte come sull’altro, si discute già dell’assegnazione di ministeri, posti e ruoli, per non dire, ovviamente, della formazione delle liste elettorali (tema molto delicato per alcuni partiti, soprattutto per il Pd). Questo a dispetto di quel che si aspettano i cittadini che vorrebbero finalmente vedere programmi seri e fattibili per affrontare le non poche criticità della nostra situazione.

vitaTrentina

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