“Gli stessi commentatori ad un certo punto avevano esaurito il vocabolario della meraviglia. I termini terrestri si scambiavano con quelli lunari. Si avvertiva l’esigenza di un linguaggio nuovo perché quello usuale, nato e ancorato alla Terra, non serviva ad esprimere concetti nuovi a descrivere immagini ed esperienze mai fatte”. Si legge così nell’editoriale pubblicato sul numero di Vita Trentina di giovedì 24 luglio 1969, a tre giorni di distanza dal primo sbarco dell’uomo sulla Luna. Ad atterrare sul pianeta con l’Apollo 11 sono Neil Armstrong, Edwin Aldrin e Michael Collins. Una sfida, quella dell’uomo sulla Luna, che va oltre la scoperta scientifica. “La conquista della Luna – recita ancora l’editoriale – è una sfida morale all’uomo, perché riesca a vivere in pace coll’altro uomo e a sentirlo fratello. Ed è anche una sfida religiosa all’uomo che, pur potente di mezzi scientifici e geniale, ha bisogno di Dio per dare una risposta agli interrogativi più intimi del suo essere. Interrogativi che ritornano anche quando è riuscito a risolvere i problemi spaziali, anzi si ripresentano con forza ancora più stridente. Oggi più che mai si ripropone in modo drammatico all’uomo l’interrogativo di Cristo: ‘Che serve all’uomo conquistare anche tutto l’universo, se poi perde l’anima?'”.
Il primo a mettere piede sulla Luna è il comandante Armstrong. Sono le 4.56 di lunedì 21 luglio. Appena sbarca sul pianeta, Armstrong pronuncia delle parole che entrano nella storia: “Questo è un piccolo passo per un uomo, ma è un grande salto per l’intera umanità”. Il presidente Nixon, quando chiama gli astronautici, dice: “Per un momento di valore inestimabile in tutta la storia dell’uomo tutti i popoli della Terra sono stai realmente uno: uno nell’orgoglio di ciò che avete fatto e uno nelle preghiere che torniate sani e salvi a terra”.