Le regole antivirus non sono un’opinione

Le mascherine, all’igiene delle mani, al distanziamento, all’evitare affollamenti in ambienti chiusi, all’arieggiare i locali, alle chiusure quando necessarie, ai controlli, alle sanzioni quando le regole non sono rispettate. Là dove le misure di contrasto al virus non sono state adottate, o sono state adottate tardi e male, ci sono state stragi. Come in Brasile. Una carneficina per colpa del suo sciagurato presidente, il populista Bolsonaro. Che ha mandato al massacro il suo popolo. Migliaia di povere vite umane stroncate e che potevano essere salvate. Questo è terribile. È scandaloso. È imperdonabile. Grida vendetta al cielo. Il primo dovere della politica è salvare la vita delle persone che le sono state affidate. Se la politica non salva la vita umana ha tradito il suo compito.

Ormai tutto questo ci è chiaro di fronte alla quarta ondata. La realtà ce l’ha insegnato, e noi comuni cittadini l’abbiamo compreso. Qualcuno può anche negare la realtà. E si chiama negazionista, come quelli che negano gli stermini nei lager nazisti. Ma una comunità, e ciascuno di noi personalmente, ha il dovere di dire che è immorale e incivile negare la realtà. Negare i morti, negare le terribili conseguenze di questo virus.

Ma se le opinioni sono libere, anche quelle prive di fondamento, le misure di igiene pubblica non possono essere libere. Come non lo sono i semafori agli incroci. Sono misure obbligatorie per salvaguardare la salute pubblica, la mia e quella degli altri. Posso avere opinioni diverse su quell’incrocio, posso avere i miei impegni, posso non tollerare quella imposizione, ma quel semaforo lo devo rispettare. Senza queste regole la vita comunitaria è impossibile, come il traffico. La vita comunitaria non è una somma di volontà individuali. È la condivisione di doveri e diritti, che richiede anche rinunce personali. Bisogna saper anche rinunciare a se stessi in certi momenti. In nome di un bene superiore. Del bene comune. Quanto abbiamo bisogno di tornare a riflettere sul bene comune! L’abbiamo ridotto a sterile predica. Ma è in drammatici momenti, come questo della pandemia, che ci accorgiamo di quanto abbiamo bisogno di formarci al bene comune. In profondità. Perché l’individualismo è il signore del nostro tempo. La nuova divinità. A destra come a sinistra. Tra credenti e non credenti.

Almeno, alla quarta ondata e con Draghi premier, la politica è diventata più seria su questa drammatica questione. Ieri i presidenti delle Regioni e delle Province autonome di Trento e Bolzano premevano sul governo per avere più deroghe di fronte alle misure nazionali di contrasto al virus. Più aperture. Anche le categorie economiche dicevano “lasciateci lavorare”. Queste e quelli hanno raccolto ciò che hanno seminato: maggior diffusione del virus, più malati, più morti, più chiusure, più danni economici. Davvero hanno dimostrato pochezza come classi dirigenti, e sono state corresponsabili dei disastri, umani ed economici, delle prime ondate. Corresponsabili. Inutile girarci attorno. Oggi si assiste all’inverso. Sono i presidenti delle Regioni e delle Province autonome e le categorie economiche che chiedono al governo più rigore nelle misure di contenimento della diffusione del virus. Hanno imparato la lezione. Naturalmente a spese, pesantissime, dei cittadini. Dovevano impararla prima, se no che classi dirigenti sono? Ma queste abbiamo. E ne paghiamo le conseguenze. Questo capita quando si perde il contatto con la realtà. Quando si inseguono interessi personali o di partito. O ridicoli fantasmi, come i complotti di cui parlano i negazionisti. Adesso, di fronte alla quarta ondata, sappiamo quello che dobbiamo fare. Facciamolo. Bene e fino in fondo. Convincendo anche gli altri a farlo. Perché ci siano giorni più sereni per tutti.

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