Sono le donne, le loro voci, i loro diritti, spesso negati, silenziati, a fare da filo conduttore nel lavoro di Angela Iantosca, giornalista e scrittrice, che martedì 15 settembre, alle ore 20.00, nell’Aula Magna di Fondazione Demarchi, in Piazza Santa Maria Maggiore 7, assieme alla giovane violoncellista Maria Salvatori porterà a Trento in anteprima nazionale “Il Cantico delle Donne”, spettacolo teatrale di parole e musica promosso dalla Fondazione Franco Demarchi (FFD), con il patrocinio della Provincia autonoma di Trento e il sostegno della Commissione Provinciale Pari Opportunità tra donna e uomo.
Un viaggio che punta a riportare alla luce le storie di compositrici e artiste rimaste ai margini della memoria. Dalla Bibbia all’Afghanistan contemporaneo, la narrazione di figure femminili che hanno scelto di resistere si intreccia alle composizioni silenziate dalla Storia, a brani dedicati alle donne o a loro sottratti, in una riflessione sul rapporto tra memoria, libertà e resistenza. Un cantico poetico, emozionante e a tratti ironico con un proemio, un epilogo e quattro Atti. Come i quattro elementi. Acqua, Aria, Terra, Fuoco.
Iantosca, quanto questo nuovo spettacolo è in continuità con quello, che abbiamo molto apprezzato anche a Trento, sulle donne che hanno dato il loro fondamentale contributo nella scrittura della Costituzione italiana?
Una continuità vera e propria non c’è, se non nel fatto che dal mio primo libro all’ultimo ho sempre voluto trattare storie femminili. Ho cominciato occupandomi di donne di ‘Ndrangheta, per arrivare alle donne dell’Afghanistan. Nello spettacolo racconteremo una serie di donne compositrici e musiciste che sono state silenziate dalla storia: un viaggio che comincia dalla Bibbia e arriva appunto all’Afghanistan. Si tratta di un monologo, accompagnato dalla musica e diviso in quattro atti, come i quattro elementi della terra, e l’ultimo atto è dedicato proprio alla al dolore contemporaneo, quindi ci porta in Palestina, Iran e Afghanistan attraverso le vite delle donne della musica e delle donne in generale, silenziate dalle guerre e dalla privazione dei diritti.
A proposito della parte musicale, come è nata la collaborazione con la giovanissima violoncellista Maria Salvatori?
Con Maria ci siamo conosciute un paio di anni fa sulla spiaggia di Steccato di Cutro, in occasione di un bellissimo evento di commemorazione delle vittime del naufragio. Il regista e scrittore Fernando Muraca aveva ascoltato il mio monologo dedicato ai migranti e mi aveva proposto di riproporlo anche in quell’occasione, accompagnata dalla musica di Maria Salvatori. Ricordo quel momento, in spiaggia al tramonto, con un’emozione molto particolare: il risultato è stato bellissimo e abbiamo provato entrambe quella sensazione di dover fare qualcos’altro assieme. Ci siamo scambiate i contatti finché poi qualche mese fa, ci siamo risentite e da lì è venuta l’idea di raccontare le donne della musica, quelle meno conosciute. Uno spunto che mi ha portata mettermi subito a studiare, anche riattivando la mia passione per la musica: io ho studiato pianoforte al conservatorio e ho studiato musica per dieci anni, quindi sono temi che mi emozionano molto. Dopo aver costruito questo cammino abbiamo deciso insieme quali brani potevano accompagnarlo, pensando ai vari passaggi.
Si tratta di uno sviluppo molto lungo, che va dalla Bibbia all’Afghanistan di oggi. Un percorso che se da un lato ci ha portati lontano, allo stesso tempo in alcune realtà o luoghi del mondo è rimasto fin troppo indietro sul tema dei diritti delle donne.
Il messaggio che vogliamo portare è proprio questo. Nei secoli abbiamo fatto un percorso di affermazione dei diritti, grazie a tante voci che hanno provato a farsi sentire: approfondendo il tema sono emerse tante donne, spesso sorelle di personaggi molto famosi della storia della musica, che meritavano palchi altrettanto prestigiosi e fama altrettanto notevole, ma che invece, proprio perché donne, a un certo punto hanno dovuto ritirarsi dalle scene, causando anche un danno all’arte, perché molte cose non ci sono giunte proprio perché prodotte da donne. Abbiamo percorso un lungo cammino di emancipazione ma in realtà, nell’ultimo atto, che sta andando in scena oggi, ci accorgiamo che ci sono delle situazioni molto simili a quelle del Settecento, dell’Ottocento, del Cinquecento. Oggi quindi siamo ancora qui a combattere per affermare l’ovvio. Per questo lo spettacolo è anche un testo di resistenza e di denuncia.
Avendo ripercorso tutto questo cammino di emancipazione, e vedendo certe situazioni oggi, come ti immagini possa andare avanti la battaglia per i diritti delle donne e di cosa c’è bisogno?
C’è bisogno di parlare. Più si parla e più si diffonde la cultura e non il pregiudizio. La seconda cosa fondamentale è l’educazione all’affettività. Io mi occupo spesso di dipendenze, di tossicodipendenza, di mafie, di diritti umani violati, e adesso con questo spettacolo anche delle donne della musica. Il tema di fondo, è la mancanza di un’educazione all’affettività, che porterebbe a una maggiore consapevolezza dell’altro. Educazione all’affettività significa educazione ad amare se stessi, quindi le proprie passioni, il proprio mondo interiore, e nello stesso tempo quindi amare gli altri: perché se non ami te stesso è impossibile amare gli altri. Amare gli altri produce empatia e l’empatia è l’opposto del pregiudizio, della paura dell’altro. Il silenzio delle donne, come violazione dei diritti umani in generale, è solo il prodotto dell’ignoranza e l’ignoranza nasce dalla paura e dalla mancanza di empatia. Ciò che possiamo fare è andare nelle scuole, parlarne, aprire le menti, anche se quello che si sente purtroppo spesso dalla politica, invece, va nella direzione contraria. Il compito dell’arte e della cultura è lavorare nella direzione della bellezza.
Il giorno dopo lo spettacolo, mercoledì 16 settembre alle 18.00, alla Libreria Feltrinelli di Trento, in Piazza Santa Maria Maggiore 25, presenterai il libro “DONNE. RESISTENZA. LIBERTÀ. Storie di ventuno afghane in lotta per la vita”. Di cosa si tratta?
È un libro che nasce dal mio incontro con Nove Caring Humans, una ONG che è in Afghanistan dal 2012 e che opera con progetti dedicati alle donne, aiutando anche quelle arrivate in Italia dopo quel 15 agosto del 2021. Li conosco da tempo e da tempo cercavo un modo per poter raccontare queste donne in maniera originale: questa intuizione mi è venuta in una scuola, dove Nove Caring Humans mi aveva invitata a parlare delle le madri costituenti, assieme a una ragazza afghana che dopo il ritorno dei talebani era scappata in Italia. Quando lei ha portato la sua testimonianza mi sono venuti i brividi, perché di fronte a me ho trovato una donna che aveva la stessa consapevolezza dei diritti e la stessa necessità di non arretrare di un passo rispetto a questi diritti che avevo trovato nei discorsi delle Madri Costituenti. Una connessione che ho voluto riprendere nel libro, mettendo a confronto le storie di 21 donne afghane rifugiate con le Madri Costituenti. È un libro che ho scritto per tre motivi: il primo è la necessità, il dovere che abbiamo come giornalisti di continuare a parlare dell’Afghanistan e della situazione drammatica che vive: oggi è il peggiore paese al mondo in cui nascere donna, è il paese con la peggiore apartheid di genere, e nonostante ciò il governo talebano qualche mese fa è stato ricevuto a Bruxelles, e questa è una cosa molto grave. Il secondo motivo è la volontà di parlare dei rifugiati in Italia: cosa significa essere un rifugiato in Italia? Cosa significa arrivare qui senza conoscere la lingua, dovendo ricominciare da zero, subendo umiliazioni solo per il fatto di essere straniero, e quindi quanta responsabilità abbiamo noi nel rendere più accettabile questo cammino così doloroso? Il terzo motivo ce lo fornisce Piero Calamandrei, anche lui padre costituente, che nel 1955 ad alcuni studenti a Milano disse: “Cari ragazzi, la Costituzione è un pezzo di carta, io la lascio cadere e lei cade. Perché sia viva bisogna metterci dentro impegno, volontà e combustibile”. E poi aggiungeva: “Sì, è un pezzo di carta, ma se vi mettete in ascolto potete sentire l’eco dei 100.000 morti che si sono sacrificati per la nostra libertà”. Ecco, siccome siamo in un periodo storico in cui forse abbiamo dimenticato quella sofferenza e diamo un po’ troppo per scontati i diritti che altri hanno conquistato per noi, queste donne con le loro storie ci possono aiutare a ritrovare l’eco di quei 100.000 morti e a non farci arretrare sulla battaglia dei diritti.
A proposito delle responsabilità, pensando alla situazione dell’Afghanistan di oggi, quali sono le colpe dell’Occidente e come noi, come singoli individui, possiamo fare qualcosa?
Come dicevo prima, documentandoci. Le fonti ci sono, siamo fortunati, perché ce ne sono tantissime, a volte troppe. Bisogna trovare le fonti giuste e documentarsi in maniera corretta, ma soprattutto bisogna ricordarsi che siamo tutti degli esseri umani e che gli altri non sono mai altro da noi. Se noi pensassimo alla persona che sta annegando in mare come se fosse nostra madre, nostro fratello, nostra sorella, forse il nostro atteggiamento cambierebbe. Il fatto che ancora ci consideriamo lontani dalle realtà diverse dalla nostra non aiuta a sentire vicine le loro storie: spero che, come accadrà allo spettacolo e alla presentazione del libro, ascoltare le storie che presenteremo possa essere un modo per abbattere i muri che ci separano, che in realtà sono solo muri mentali.