La triste fine dell’Onu nel mondo capovolto

L’Assemblea generale Onu dello scorso settembre ha presentato l’impietosa immagine di un mondo drammaticamente capovolto. I principi e le ambizioni del sogno wilsoniano di 81 anni fa, l’Onu tempio della diplomazia e del dialogo internazionale, sono stati messi in soffitta. Abbiamo invece assistito al definitivo affermarsi degli interessi nazionali e al ripudio della pace come tema guida dell’Assemblea. Ognuno per sé e tutti contro tutti in un contesto internazionale sempre più caotico e frammentato.

Ci ha pensato soprattutto Donald Trump con il suo intervento a braccio di 40 minuti ad affossare ogni speranza di rivitalizzazione di un’istituzione che ha certamente bisogno di una profonda riforma, ma che tuttavia dovrebbe rimanere indispensabile. Ma non sono questi purtroppo i tempi adatti. Al contrario il Tycoon di Washington ha riempito l’aula di minacce nei confronti dell’Iran, accennando addirittura al suo annientamento in caso di rifiuto delle proposte americane. Non contento di questo affondo Trump ha quindi aggiunto previsioni aggressive anche nei confronti di Cuba, prossimo obiettivo di un’amministrazione americana che vuole affermare integralmente la dottrina Monroe di dominio sull’America Latina.

Fa davvero impressione comparare il discorso di commiato del Segretario Generale dell’Assemblea Antonio Guterres, che sottolinea la necessità vitale di un ordine internazionale basato su regole condivise, con le parole di Trump che invoca l’uso della forza nelle relazioni con gli altri Stati. Bisogna anche ricordarsi che l’affossamento del ruolo dell’Onu fa parte dell’ideologia di potenza di Trump. Di qui il ritiro dalla Conferenza di Parigi sul clima, la drastica riduzione dell’aiuto americano ai Paesi in via di sviluppo e la richiesta, ribadita nel suo discorso, di eliminazione della Corte Penale Internazionale che minaccia di aprire una procedura nei confronti degli Usa per il bombardamento di una scuola in Iran durante i primi giorni di guerra. Come ha avuto modo di sottolineare il leader spagnolo Pedro Sanchez (in uno dei pochi interventi illuminati) ormai gran parte dei governi presenti nell’Assemblea sono sulla stessa linea di Trump e di fatto contribuiscono a smantellare i principi su cui si è basata nel passato l’Onu. Di qui anche la riduzione di oltre un terzo delle risorse raccolte sotto l’egida dell’Onu in favore dei Paesi più poveri del mondo. O la retromarcia ormai globale della lotta contro il deterioramento del clima o la rinuncia alla tutela dei diritti umani e più in generale del diritto internazionale.

Nessuna delle grandi potenze è più interessata a sostenere la tutela delle regole valide per tutti. Discorso che vale anche per la Cina che pure cerca di affermare un’immagine di sé fatta di prudenza, di buone relazioni con gli altri Stati e di sostenitrice di un ritorno al multilateralismo. Immagine che svanisce non solo se si considera l’aggressiva politica commerciale del gigante asiatico, ma anche all’aiuto che Pechino continua a offrire a Paesi in guerra come la Russia o l’Iran che ricevono intelligence e tecnologie militari utili per portare avanti le loro azioni offensive. D’altronde a dimostrare la falsità dell’opzione multilateralista cinese basta guardare alla settimana in cui si svolgeva l’Assemblea Generale dell’Onu. Proprio negli stessi giorni Xi Jinping si trovava a Washington per il pomposo vertice bilaterale con Trump e non sarebbe stato complicato fare un’apparizione all’Assemblea. Ma Xi ha di gran lunga preferito sottolineare il suo status di grande potenza paragonabile a quella degli Usa che di sostenitore delle regole internazionali.

Altro segnale di progressiva irrilevanza della grande istituzione mondiale, all’interno della quale valgono di più gli interessi nazionali e addirittura elettorali di ciascun paese. L’esempio più eclatante di questo uso improprio dell’Onu è stato dato dal discorso di Benjamin Netanyhau tutto rivolto all’opinione pubblica israeliana in vista delle prossime elezioni del 27 ottobre. Discorso che ha anche marcato il drammatico isolamento del governo israeliano con l’uscita in massa dall’aula di decine di rappresentanti. In aggiunta, la dimostrazione della solitudine di Netanyahu e probabilmente del suo errore di presentarsi a New York, vi è il fatto che Trump non ha voluto incontrarlo, riconoscendo implicitamente di essere stato trascinato nella disgraziata guerra contro Teheran dal governo israeliano. Il che non ha impedito per il secondo anno consecutivo, dopo il ritorno di Trump al governo, di negare alla delegazione palestinese il visto di ingresso negli Usa. Il presidente dell’autorità palestinese Mohamoud Abbas ha dovuto nuovamente accontentarsi di inviare un video preregistrato all’Assemblea per sostenere ancora una volta la risoluzione 2334 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Risoluzione che impedisce nuovi insediamenti israeliani in Cisgiordania. Esattamente il contrario di ciò che sta avvenendo sul terreno in questi giorni nel generale disinteresse delle grandi potenze. Insomma, un’Assemblea Generale da dimenticare e che conferma la fine del vecchio ordine internazionale.

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